Il Sole 24 Ore
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Papa tra collera e ragione

Lucetta Scaraffia


Benedetto XIV, cioè il bolognese Prospero Lambertini (1675-1758), è stato senza dubbio un papa importante. Non solo perché regnò per ben diciotto anni, nei quali si spese infaticabilmente nel cercare di riordinare e razionalizzare la vita della Chiesa, soprattutto attraverso i suoi magistrali interventi giuridici, ma anche perché fu il primo papa moderno. Per primo infatti affrontò consapevolmente i sintomi iniziali della secolarizzazione – evidenti soprattutto nei rapporti diplomatici con le dinastie regnanti, sempre meno disposte a piegarsi alla volontà della Chiesa – e per primo ebbe un'immagine pubblica accattivante: arguto e bonario, nelle situazioni difficili Lambertini si cavava spesso d'impaccio con una battuta ironica che finiva per conquistare l'avversario. Al punto che è l'unico pontefice al quale è stata dedicata un'opera teatrale (da Alfredo Testoni), con una fortunata riduzione cinematografica, e poi televisiva, in cui il suo ruolo era impersonato da Gino Cervi. Oggi, poi, può suscitare curiosità qualche sua somiglianza con il papa attuale, Benedetto XVI: anche Lambertini, fine e apprezzato intellettuale, ha continuato a scrivere durante il pontificato, firmando sia con il suo nome di successore di Pietro sia con quello di nascita. E certo una costante del suo operato è stata la ricerca di soluzioni razionali, e possibilmente moderate, ai problemi, con lo scopo di non dividere la Chiesa. Due caratteristiche sono infine sempre state lodate dagli ammiratori del suo pontificato: la concretezza e la straordinaria abilità giuridica, grazie alla quale molti suoi provvedimenti sono serviti come base per la stesura del Codex iuris canonici del 1917, a sua volta fondamento di quello vigente, promulgato nel 1983.
La lunga e dettagliata biografia che gli dedica Gaetano Greco sembra proporsi di ridurre la portata dei suoi interventi considerati innovativi – come la diminuzione del numero delle feste, o la definizione di un tasso accettabile di usura – mettendone in rilievo la cifra moderata e conservatrice, e ricordando più volte l'altra faccia del carattere bonario del pontefice, e cioè la collera improvvisa e non sempre giustificata. I suoi tratti di papa "illuminato", di papa ragionevole che cerca di spazzare via superstizioni o usi impropri della religione a favore di un atteggiamento più severo e coerente con la tradizione cattolica, i provvedimenti che hanno sciolto nodi rimasti irrisolti da secoli – come la validità dei matrimoni con coniuge di altra religione o eretico – si fondavano certo più su una volontà di riportare ordine e decoro nella vita religiosa che su una adesione alle nuove teorie razionaliste, come scrive l'autore. Più che un papa moderno, era un pontefice che faceva sul serio, che voleva far rispettare le regole stabilite nel concilio di Trento: più che innovare e riformare, Lambertini intendeva far rispettare leggi e provvedimenti che giacevano dimenticati. Più che aperto alle nuove concezioni di lavoro e di profitto, che consigliavano di ridurre il tempo "sprecato" in feste religiose, Benedetto XIV si preoccupava che gli obblighi liturgici venissero rispettati veramente, che la partecipazione dei fedeli fosse non solo decorosa ma anche sentita.
Greco gli rimprovera così di non essere stato un vero riformatore, di avere affiancato a provvedimenti che possono sembrare modernizzanti altri decisamente retrivi: come quelli nei confronti degli ebrei e la condanna dei "riti cinesi" e poi degli analoghi "riti malabarici". Indubbiamente, come ha scoperto per primo Mario Rosa, il pontificato di Lambertini ha segnato un brutto passo indietro nei rapporti con gli ebrei, per quanto riguarda sia i cosiddetti «battesimi forzati» sia l'attribuzione a gruppi di ebrei dell'accusa di omicidio rituale di un bambino cristiano, leggenda che era stata invece confutata dai predecessori di Benedetto XIV. Ma forse questo tratto non deve essere considerato reazionario se viene situato nel contesto del tempo: gli illuministi, a eccezione di Rousseau, non hanno certo dimostrato grande simpatia nei confronti degli ebrei, dipinti come un popolo superstizioso e prigioniero di antiquate e inutili tradizioni. Basti pensare a quanto è stato scritto, in più occasioni, contro gli ebrei da Voltaire, quello stesso Voltaire che, ovviamente, Lambertini aveva fatto relegare nell'Indice dei libri proibiti.
Anche la condanna dei riti cinesi e malabarici – cioè di quell'atteggiamento di rispetto e di accettazione delle culture diverse realizzato dai gesuiti in Asia – deve essere letta nella dimensione locale e limitata alla cultura giuridica del papa: che era sì al timone di una istituzione ormai globalizzata, ma intendeva questo ruolo solo come un allargamento del modello occidentale cattolico al mondo intero. Del resto, pochi anni più tardi la Compagnia di Gesù, come è ben noto, sarà sciolta per le pressioni dei governi "illuminati", irritati proprio dal loro atteggiamento originale e creativo nei confronti degli indigeni nelle missioni. Anche in questo, dunque, Benedetto XIV appare soprattutto con i limiti dell'uomo del suo tempo. Il libro ci pone dunque di fronte a una questione storica fondamentale: la categoria del "moderno" deve essere misurata rispetto all'oggi o al "moderno" dell'epoca in cui il protagonista è vissuto? Si tratta di un nodo che Greco non chiarisce, in una biografia che del resto, singolarmente priva di passi interpretativi, si sviluppa più come un'elencazione minuziosa di provvedimenti e di scritti che come un ritratto di una figura – in questo caso un papa – complessa e contraddittoria, che ha così fortemente inciso anche nella storia successiva della Chiesa. Un personaggio interessante proprio per questo, che qui è ricostruito con erudizione, ma con poca anima.
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Gaetano Greco, Benedetto XIV, un canone per la Chiesa, Salerno Editrice, Roma, pagg. 416, € 24,00