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Questo articolo è stato pubblicato il 22 settembre 2011 alle ore 17:14.

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Ci sono artisti che segnano le epoche, altri che ne interpretano le istanze più profonde, altri ancora che si limitano a seguire le mode. Giorgio Gaber non apparteneva a nessuna di queste tre categorie: da chitarrista ritmico di lungo corso preferiva occupare un angolo della ribalta, guardare con attenzione quanto accadeva al centro della scena e, con spirito pungente e rara lucidità, tirare fuori un originalissimo «controcanto». Che poteva far ridere o pensare o - meglio ancora - entrambe le cose.

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta è il chitarrista della prima band di Celentano nonché artista di punta del suo clan ma, a tempo debito, farà il verso al suo vecchio front-leader con «La risposta al ragazzo della via Gluck» e racconterà la fine dell'epoca degli Adriano boys con «C'era una volta un Clan».

Prova anche lui la via del rock and roll con «Ciao ti dirò» ma subito si capisce che appartiene a tutt'altra razza: il brano cui deve la notorietà diventa presto «La ballata del Cerutti», uno scherzo un po' country-western che immortala l'universo del quartiere del Giambellino, fatto di ragazzi che vivono di espedienti e… Lambrette sgraffignate. Fa molta televisione, dal Festival di Napoli del '66 (cui concorre con «'A pizza») alle ospitate per il programma nazionale, dove porta pezzi memorabili quali «Come è bella la città». Mai scontato, sempre irriverente.

Gli anni della Contestazione
Poi si innamora degli chansonnier francesi e di come l'italiano Fabrizio De André ne declina qui da noi la lezione, perché sono pur sempre gli anni della Contestazione: c'è l'album concettuale «L'asse di equilibrio», dove fa il verso al Concilio Vaticano Secondo attraverso «La chiesa si rinnova», e c'è «Sexus et politica», dove volgarizza (nel senso più alto del termine) i classici della letteratura latina mettendoli in musica.

L'avvento del teatro-canzone
Il punto d'approdo della sua produzione, tuttavia, arriva con gli anni Settanta: si tratta di quel teatro canzone, condiviso con il pittore e poeta viareggino Sandro Luporini, che consente al «Signor G» di trovare una via innovativa per arrivare al pubblico: da un lato l'artista che parla, canta e suona; dall'altro la platea che ascolta, partecipa e si emoziona. Spettacoli come «Far finta di essere sani», «Anni affollati» ed «E pensare che c'era il pensiero» scandiscono impietosamente tutto lo spazio - che spazio - tra gli anni Settanta dagli Ottanta e i Novanta, epoche confuse in Italia come in pochi altri posti al mondo. In fondo al cuore sempre la stessa idea di vita: «La libertà».

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