Il Sole 24 Ore
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Il tempo è questione di spirito

Renato


Palazzi
Si conclude oggi a Lucca la seconda edizione dei «Teatri del Sacro», un bel festival tematico interamente dedicato al rapporto fra la scena e la religiosità in tutte le sue varianti. Il pregio di questa rassegna, sostenuta dalla Cei e regolata da un bando di partecipazione biennale, è che essa accoglie senza preclusioni realtà della più diversa provenienza, compagnie amatoriali e gruppi ultra-sofisticati, la tradizione e la ricerca, la parola e la danza, la prospettiva della fede e quella laica.
Un testo di Copi rappresentato in una chiesa non si era ad esempio mai visto. Il disegnatore franco-argentino è stato quanto di meno spirituale si possa immaginare. Ma nell'interpretazione del Teatro Alkaest di Milano La giornata di una sognatrice – uno dei primi testi da lui scritti per il teatro – dietro il suo stile dissennato e i suoi umori irridenti rivela un'inquietudine profonda, l'eco di un bruciante interrogativo sulla condizione umana.
In molte sue pièce Copi sembra esprimere – al di là dei furori trasgressivi – un'insanabile solitudine, un dolore senza nome. Nella Giornata di una sognatrice racchiude dalla mattina alla sera la durata di una vita, con la protagonista che si sveglia ragazzina e si ritrova poche ore dopo matura signora che deve fare i conti con la morte, dopo avere assistito alla fine delle persone che le sono state care, l'aviatore-postino che l'ha amata, l'amica d'infanzia un po' svampita. E il figlio uscito di casa adolescente vi ritorna ormai adulto.
In questa visione dissestata c'è persino l'incontro con un cocomeraio che forse – come il Godot di Beckett – incarna un'entità superiore: «Lei è Dio?» chiede la donna, e lui risponde: «È possibile». Ma l'ansia di trascendenza della protagonista affiora soprattutto dal suo costante ricercare il senso delle cose, dal legame quasi metafisico con la casa, col giardino. È brava l'attrice Lorena Nocera a rendere questa interiorità sospesa, questo vago smarrimento. Ed è bravo il regista Giovanni Battista Storti a conciliare i ritmi stralunati dell'autore con una sorta di tenera nostalgia della vita e delle sue illusioni.
L'altra sorpresa del festival, per quanto riguarda almeno ciò che ho visto, è l'attore teatrale e televisivo Giovanni Scifoni, che in Guai a voi ricchi inventa un estroso racconto satirico – a metà fra il cabaret e la "narrazione" – sul cattocomunismo, sui preti operai, sulla Chiesa militante dell'America Latina. Estraendo da un sacco ogni sorta di oggetti (c'è anche un gioco, "Lotta di classe", equivalente di sinistra del "Monopoli") – Scifoni evoca un'epoca, un buffo album di famiglia.
Lui è spigliato, ha il coraggio della battuta irriverente: ma quando arriva a ricordare l'uccisione del vescovo Romero o del prete-guerrigliero Camillo Torres, passa a toni più seri, più commossi. E dimostra un autentico talento nel far coesistere senza scosse questi due livelli.
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