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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2011 alle ore 08:13.

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Cosa significano le rovine in un mondo che, per noi, è fatto soprattutto di rovine? A parte qualche eccezione gloriosa e per questo quasi sospetta la nostra percezione del passato è costretta a proiettare su marmi sbiaditi e mattoni sbrecciati il profilo di monumenti che non ci sono più. Soprattutto da quando le rovine si studiano con cura infinita e si esibiscono come tali, senza infingimenti, senza pretendere il miracolo di vederne emergere una statua perfetta o affreschi strabilianti, l'equazione tra rovine e antichità, soprattutto classica, è divenuta cogente. Eppure, lo spiega benissimo Massimiliano Papini, anche gli antichi hanno avuto le loro rovine, su cui riflettere e su cui proiettare miti e ansie, ricordi e promesse, anche nel mondo greco e romano i «luoghi di memoria» (Pierre Nora) formano un potente insieme simbolico sul quale generazioni successive intessono la loro identità nella consueta dialettica tra oblio e ricordo, preservazione e annullamento.
Da quasi due secoli le rovine sono, per noi, campo di battaglia di concezioni antitetiche sul rapporto col passato, almeno da quando Ruskin e Viollet le Duc si contrappongono nel nome di due visioni inconciliabili: l'impossibilità di un "restauro" che non sia tradimento o invenzione di contro al desiderio di una restituzione in integro che superi addirittura le attestazioni note, che riesca cioè a ricostruire un modello ideale meglio di quanto non abbiano saputo fare i manufatti conservati, esorcizzando così la violenza del tempo. Due visioni che ormai si declinano, nella cultura postmoderna, fino agli estremi assoluti, la preservazione appassionata di frammenti preziosi solo dal punto di vista documentario e la ricostruzione non meno entusiasta di repliche sostitutive, come la Villa dei Papiri in California ancor prima dei parchi a tema di Las Vegas.
Se questi estremi sono ignoti al mondo greco e romano, non lo sono però l'acuta sensibilità per il valore fondativo delle rovine e neppure, talora, un atteggiamento di rispetto per l'eloquenza solenne e temibile delle rovine lasciate tal quali. Secoli dopo le distruzioni inflitte dai Persiani ad Atene il dotto Pausania può contemplare sull'Acropoli statue quasi carbonizzate che, racconta, sono state lasciate in situ a memoria dell'evento, pur mentre tutto intorno gli ateniesi misero mano in tempi rapidi a un ambizioso programma di ricostruzione. Non siamo lontani da quanto auspicarono, a guerra non ancora finita, Eliot e Keynes, insieme al grande storico dell'arte Kenneth Clark: che alcune delle rovine della guerra venissero preservate nella loro "strana bellezza", a memoria di eventi che presto sarebbero stati dimenticati perché troppo irreali e distanti. A Coventry come a Berlino, come ora alle Twin Towers, prende corpo il progetto che già aveva attratto gli ateniesi dopo la più atroce delle sconfitte, quello di ricostruire senza cancellare del tutto, di promuovere le rovine a monumento e monito.
Peculiare del mondo antico è l'atteggiamento nei confronti delle città scomparse. Troia, Cartagine, Corinto, Tebe, i luoghi archetipici del passato ammoniscono contro l'eccesso di fiducia nell'immutabilità della fortuna, controcanto problematico alla retorica del potere, che da sempre si vuole eterno. Sulle orme di Alessandro Magno, Cesare visita le rovine di Troia, nella ricostruzione poetica di Lucano, "innamorato di ricordi". Ricerca i luoghi che sono per lui, romano discendente in linea retta dai sovrani di quella città, sono legati a una duplice ambivalenza emotiva: se Troia si fosse salvata non esisterebbero né Roma né Cesare, ma senza Troia verrebbe meno l'antichità gloriosa di una famiglia che si vuole risalga a Venere. Nulla resta, se non sterpaglie, arbusti, macerie quasi irriconoscibili; lo scenario immortalato nell'Iliade e nell'Eneide è ridotto a poche pietre che ormai non trasmettono nessuna emozione, perché ormai «perfino le rovine sono perite». Ma Cesare non abbandona il suo grand tour alla ricerca dei simboli, non importa se ormai quasi illeggibili, del passato a cui si vuole riallacciare, le tombe degli eroi e soprattutto di Alessandro, perché la memoria necessita di reliquie, e anche il condottiero più iconoclasta aspira ad acquisire per loro tramite la legittimazione che viene dal passato.
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Massimiliano Papini, Città sepolte e rovine nel mondo greco e romano, Laterza, Roma-Bari, pagg. 242, € 32,00

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