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Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2011 alle ore 08:14.

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«Indietro»! Tamino si è imbattuto in tre grandi porte. Prova a entrare da quella di destra, e poi da quella a sinistra, solo per esserne scacciato da una voce minacciosa. Finalmente si aprono per lui i battenti della terza porta. Ad accoglierlo c'è un anziano sacerdote, che lo apostrofa con un misto di curiosità e diffidenza: «Dove vuoi andare audace forestiero? Cosa cerchi qui nel tempio?». La risposta di Tamino è immediata, ingenua, ardita: «Il regno dell'amore e della virtù».
La scena dei tre portali, nel primo atto del Flauto magico di Mozart, non è solo un espediente per rendere più movimentata la peripezia del protagonista, alla ricerca di Pamina, che non ha ancora incontrato ma già ama: i tre portali, che costringono l'eroe ad arrestarsi e a dimostrare il proprio valore, sono il simbolo di un'avventura sapienziale che accompagna la cultura europea sin dal Rinascimento italiano. Davanti a tre ingressi, del tutto simili a questi mozartiani, si era fermato dubbioso Poliphilo, nella Hypnerotomachia del frate Francesco Colonna, pubblicata nel 1499. Nell'incunabolo aldino dell'opera, al di sopra di ciascun passaggio, si legge in quattro lingue – arabo, ebraico, greco e latino – il nome di un diverso dominio: «Gloria di Dio», «Madre dell'amore», «Gloria del mondo». Poliphilo, come Tamino, cerca l'amore di una donna, Polia, e, attraverso di quello, vuol comprendere se stesso. Anche l'eroe quattrocentesco ottiene di varcare una delle tre soglie, per poi trovarsi di fronte a ulteriori prove, col rischio di perdere la vita e la ragione.
La somiglianza tra i due episodi non è casuale: un filo nascosto di erudizione e di esoterismo lega la Venezia del Colonna alla Vienna di Mozart e di Emanuel Schikaneder, l'autore del libretto. A far da mediatore tra i due estremi, tra la lotta d'amore in sogno dell'umanista italiano e l'utopia illuministica del Flauto magico è probabilmente un celebre testo del primo Seicento, le Nozze alchemiche, dedicate all'unione tra principio maschile e femminile. In quest'opera è Christian Rosenkreuz, l'eroe in viaggio verso il segreto della trasmutazione dei metalli, a dover superare tre cancelli, che difendono la scienza da occhi profani. La domanda è sempre la stessa. Come varcare la soglia proibita e addentrarsi al di là delle apparenze? In che modo raggiungere «il regno dell'amore e della virtù»?
Colonna, frate invero poco ortodosso e ancor meno casto, cerca la risposta nel piacere sensuale e nei riti neopagani, mentre l'anonimo autore delle Nozze alchemiche propone una raffinata e oscura allegoria d'iniziazione. Dopo la critica radicale della religione portata dall'Illuminismo, Mozart e Schikaneder scelgono un registro espressivo più lieve, ma non per questo meno carico di allusioni erudite. Il tempio in cui Tamino è riuscito a penetrare si rivela una vera macchina simbolica. Sotto la guida del re-sacerdote Sarastro (nome che evoca la pronuncia italiana di "Zoroastro"), gli iniziati si muovono in uno spazio denso di riferimenti all'antica tradizione ermetica. Loro numi tutelari sono Osiride e Iside, sul seggio su cui siedono in assemblea è collocata «una piramide assieme a un corno nero incastonato d'oro», mentre altre «piramidi diroccate, resti di colonne e porte egizie» riempiono l'atrio del santuario. E, ancora, i sacerdoti portano in processione «sulle spalle, una piramide illuminata, e in mano, una piramide trasparente della grandezza di una lanterna». Per Mozart e per il suo librettista, e per gli spettatori che assistono alla prima dell'opera, il 30 settembre 1791, questi decori sono più che semplici elementi scenografici. L'Egitto, le piramidi, i riti compiuti in nome di Osiride evocano un dibattito che appassiona e divide in quegli anni la capitale asburgica e l'Europa intera. Sia Mozart sia Schikaneder sono convinti massoni (così come lo è Carl Ludwig Giesecke, che forse ebbe parte nella stesura del libretto), ed è proprio ripercorrendo la vita intellettuale delle logge viennesi che è possibile recuperare motivazioni ed echi formali altrimenti per noi inafferrabili. Un'ottima occasione è data dall'edizione italiana di un libro quasi dimenticato di Carl Leonhard Reinhold, I misteri ebraici ovvero la più antica massoneria religiosa. Viennese anch'egli, prima gesuita poi passato al protestantesimo, entrò nel 1783 nella loggia «Alla vera concordia» (Zum wahren Eintracht), alle cui sedute partecipava spesso Mozart (affiliato alla «Carità» – Zur Wohltätigkeit). Alla guida della loggia era Ignaz von Born, a cui forse è ispirato il personaggio di Sarastro. E su invito di von Born, tra il 1786 e il 1787 Reinhold scrisse I misteri ebraici. L'opera è una revisione, audace e provocatoria, della figura di Mosè. Principe iniziato ai misteri egizi, Mosè avrebbe deciso di usare i segreti rituali della religione di Osiride e Iside per guidare la propria gente nell'esodo dalla terra dei faraoni. Così, grazie a uno stratagemma di natura essenzialmente politica, quello ebraico sarebbe stato l'unico popolo dell'antichità a ricevere in massa una rivelazione destinata di norma solo a una ristretta élite di sapienti. Reinhold non è certo tenero verso gli ebrei, definiti sprezzantemente «nomadi selvaggi» e ignoranti.
Quello che gli interessa è il nucleo di conoscenze che si cela dietro i loro riti. Per lui, e per i confratelli massoni a cui è rivolto il libro, la liturgia ebraica, dai gesti e dagli abiti del sommo sacerdote sino agli arredi del tempio, racchiude un messaggio salvifico che proviene dall'Egitto, e di cui, nei secoli, si è persa la chiave. Con un termine che torna insistentemente nel libro, Reinhold chiama «geroglifici» i precetti e i paramenti rituali descritti nella Bibbia. Il suo lavoro vuole decifrare, in senso massonico, il significato occulto dei cerimoniali, per accedere alla verità, oscurata dalla superstizione e dall'oblio. Anche il Dio ebraico è ridefinito in termini egizi. «Io sono colui che sono», pronunciato dal roveto ardente, è interpretato come l'equivalente del motto inciso – secondo la testimonianza di Plutarco – sull'immagine di Iside a Sais: «Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà. Nessun mortale mai sollevò il mio peplo». Scopo del sapiente sarà allora alzare il drappo, che rende invisibile l'essenza del divino.

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