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Questo articolo è stato pubblicato il 02 dicembre 2011 alle ore 18:40.

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Una scena del film «Terri»Una scena del film «Terri»

Sempre più presente nelle principali manifestazioni europee, il cinema indipendente americano si è rivelato uno dei grandi protagonisti anche al Torino Film Festival 2011. Dopo il bel «Win Win» di Tom McCarthy, un altro interessante titolo presentato sotto la Mole faceva parte della selezione ufficiale dell'ultimo Sundance Film Festival, la rassegna indipendente per eccellenza del cinema americano: si tratta di «Terri», ultima fatica di Azazel Jacobs a tre anni di distanza da «Momma's Man».

Il titolo fa riferimento al nome del protagonista, Terri, adolescente affetto da obesità, che vive con lo zio malato di Alzheimer. Sempre più rassegnato al ruolo di emarginato, escluso dalla vita sociale dei suoi coetanei, Terri troverà un vero amico nel signor Fitzgerald, il vicepreside della scuola, che cercherà di aiutarlo a cambiare la percezione che ha di se stesso.

Figlio d'arte di Ken Jacobs, Azazel cerca di dimostrare che il suo è un cinema diverso da quello del genitore, sostituendo lo sperimentalismo formale con la sensibilità dei contenuti tipica del miglior cinema contemporaneo a stelle e strisce. Seppur il suo lavoro possa risultare altalenante, con momenti di rara sincerità narrativa che si uniscono a situazioni più retoriche, riesce con «Terri» a mettere in scena un dramma intenso, incentrato sull'accettazione della diversità, che richiama l'ottimo «Tomboy» di Céline Sciamma, uscito qualche mese fa nelle nostre sale. All'interno di un cast efficace, da segnalare la performance del protagonista Jacob Wysocki, al debutto sul grande schermo, e del veterano John C. Reilly, sempre più convincente dopo l'ottima prova offerta in «Carnage» di Roman Polanski. Operazione meno sincera appare invece quella di «50/50», terza regia di Jonathan Levine, presentata all'interno del concorso torinese, con protagonista Joseph Gordon-Levitt.

L'attore interpreta Adam, un ragazzo qualsiasi di 27 anni, con un buon lavoro, una fidanzata e un migliore amico dal quale è inseparabile. La sua vita tranquilla verrà sconvolta dalla diagnosi di una rara forma tumorale, dalla quale avrà il 50% di probabilità di salvarsi. Dopo l'insignificante «Fa' la cosa sbagliata», Jonathan Levine dirige un altro film di scarso spessore, che rischia di trattare superficialmente (piuttosto che d'ironizzare come vorrebbe) il tragico tema che racconta. La sceneggiatura, scritta dall'esordiente (e si sente) Will Reiser, lascia poco spazio alle reazioni paradossali delle persone vicine ad Adam, quando scoprono la brutta notizia, per concentrarsi su un banale rapporto sentimentale sviluppatosi tra il protagonista e la sua psicoterapeuta. Se Joseph Gordon-Levitt sembra aver perso quel magnetismo attoriale che aveva fino a qualche anno fa, un po' meglio risultano Seth Rogen, nei panni del migliore amico Kyle, e Anjelica Huston in quelli della madre del protagonista.

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