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Questo articolo è stato pubblicato il 04 dicembre 2011 alle ore 08:15.

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Credo che la forma più convincente di realismo sia una combinazione tra l'"idealismo trascendentale" di Kant – privato però del richiamo alle "cose in sé" – e il "pragmatismo" di Peirce. Questo realismo ha un'ispirazione kantiana in quanto rinuncia a ciò che Hilary Putnam ha chiamato "realismo metafisico" - il "realismo trascendentale" della tradizione filosofica. Ma il realismo che prediligo ha anche un'ispirazione pragmatista, in quanto fa a meno del fallibilismo proprio dell'epistemologia cartesiana.
Consideriamo prima il versante pragmatista. In questa prospettiva, ciò che è irrilevante per le pratiche cognitive con cui indaghiamo il mondo è irrilevante anche per l'epistemologia. È il caso del dubbio fallibilistico dello scetticismo cartesiano: essendo insignificante per le nostre pratiche cognitive, non ha alcun valore epistemologico.
Lo scetticismo cartesiano si fonda su due tesi: che tutte le nostre credenze relative al mondo esterno possano essere contemporaneamente false e che nessuna credenza sul mondo è certa (si tratta di due tesi diverse, perché la seconda non implica la prima). La prima tesi è stata molto criticata, ma il pragmatismo si oppone anche alla seconda. L'idea è che se di nessuna credenza sul mondo potessimo sapere che è vera, allora la verità non sarebbe un obiettivo della nostra indagine sul mondo. Come potremmo sostenere che la verità è un obiettivo della nostra indagine e, insieme, che non possiamo mai essere certi di aver raggiunto quell'obiettivo? Se fosse così, l'indagine sul mondo equivarrebbe a infilare un messaggio in una bottiglia che poi viene gettata in mare. In tutti e due i casi, gli eventuali successi ci sembrerebbero meri sorprendenti colpi di fortuna.
Il cosiddetto "paradosso della prefazione" ci chiede di immaginare un autore che all'inizio dei suoi libri scriva: «È inevitabile che qualcuna delle tesi che sostengo nelle prossime quattrocento pagine sia falsa». Un dubbio generale di questo tipo non avrebbe alcuna implicazione pratica per il nostro autore: sarebbe cioè diverso dal caso in cui un autore ci indichi quali sono le asserzioni false del suo libro. Limitarsi a dire che qualche asserzione del libro è falsa non dà insomma alcuna indicazione utile su come il libro potrebbe essere migliorato. La stessa cosa accade con il dubbio cartesiano. Se penso che tutte le mie credenze possano essere false ma non ho motivo di dubitare di alcuna in particolare, non ho ragione per riconsiderare le mie credenze né sono aiutato a migliorare lo stato della mia indagine sul mondo.
La verità è tale che, una volta che l'abbiamo raggiunta, non si può esser ciechi rispetto al fatto di averla raggiunta. Si può sapere quando si raggiunge la verità. Questo non vuol dire però che non si possano rivedere le proprie credenze: ciò si può senz'altro fare, anche nel caso di credenze su cui siamo molto convinti. Ma questo è diverso dal dire: «La mia credenza che p è vera, ma per quanto ne so, potrebbe anche essere falsa». Su questo, Wittgenstein e Austin e altri filosofi concordavano con Peirce.
Ma qual è la relazione tra il pragmatismo e la nozione kantiana di "idealismo trascendentale"? Se il pragmatismo è nel giusto, la parola "credenza", quando è applicata alle nostre indagini sul mondo, è usata in due modi diversi. Da una parte ci sono le credenze della cui verità siamo certi; dall'altra le credenze che assumiamo come ipotesi. Quando indaghiamo sul mondo, il primo tipo di credenza rimane sullo sfondo, mentre il secondo tipo è in primo piano. Testando le nostre credenze-ipotesi, assumiamo che le credenze di sfondo siano indubitabili: esse fungono da criteri per accertare le credenze-ipotesi. Le credenze di sfondo, allora, non sono soggette al dubbio filosofico e fallibilistico. Quando determiniamo le condizioni in cui le nostre asserzioni sul mondo sono vere o false, lo facciamo sempre alla luce delle nostre credenze di sfondo. Così l'idea kantiana secondo cui c'è un senso in cui la realtà non è del tutto indipendente da noi può essere reinterpretata alla luce dell'idea pragmatista per cui le nostre credenze più solide fanno da criteri di sfondo. Tali credenze strutturano dunque la visione del mondo dalla quale noi, quando indaghiamo, possiamo testare le credenze-ipotesi o determinare le loro condizioni di verità. E ciò mostra che il connubio di pragmatismo e idealismo trascendentale (senza i noumeni) può produrre un sano realismo.
Forse qualcuno replicherà che questa forma di realismo non renda la nozione di verità abbastanza indipendente dalle nostre credenze. Ma credo che ci sia un solo senso in cui il realismo richiede l'indipendenza della verità: ovvero che se una credenza è vera, lo sarebbe anche nel caso in cui noi non la credessimo. E il realismo pragmatista-trascendentale dà conto di ciò. Supponiamo che io creda che p sia vero ovvero che p ottemperi allo standard di correttezza fornito dalle nostre credenze di sfondo. Questo standard è però imprescindibile in tutti i casi in cui giudichiamo della verità di qualcosa. Se per esempio dovessimo arrivare a supporre che in realtà è non-p a essere vero, allora dovremmo concludere che quando credevamo che fosse vero p eravamo in errore. In altre parole, se p è vero, lo è sia nel caso in cui crediamo p sia nel caso in cui crediamo non-p. E questa è tutta l'indipendenza dalle nostre credenze di cui la verità ha bisogno per essere oggettiva.
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