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Questo articolo è stato pubblicato il 15 gennaio 2012 alle ore 20:42.

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Con Carlo Fruttero scompare un personaggio unico nella storia della nostra letteratura e del nostro giornalismo, uno di quegli scrittori di confine che sono riusciti, almeno in buona parte, a combattere e smantellare l'accigliosità di una cultura che si voleva solo "alta" e la spocchia dei giudicanti accademici, valutando nella giusta misura le novità della cultura popolare diventate nel Novecento cultura di massa. Prima che a decidere che cosa bisognasse leggere, vedere, consumare, pensare venisse deciso per noi dalle grandi concentrazioni finanziarie.

Traduttore (tra l'altro, e non è poco, del teatro di Beckett), elzivirista, prefatore, conobbe del 1952 Franco Lucentini (che aveva già scritto in proprio tre dei più bei racconti lunghi della letteratura del dopoguerra) e con lui e Lodovico Terzi lavorò all'Einaudi a molte egregie imprese, senza mai rinunciare a considerare positivamente l'aspetto ludico della cultura.
Dapprima compilò con Lucentini alcune famose antologie di letteratura "per tutti", storie di fantasmi e di guerra, e soprattutto di fantascienza, la prima delle quali, Le meraviglie del possibile, nel 1959, va considerata non solo come lo "sdoganamento" in Italia di un genere diventato adulto da tempo, ma come una sorta di avvertimento ai nostri intellettuali, raccolto da pochi e dai più giovani, affinché si occupassero di qualcosa di più che della realtà casareccia: per esempio del cosmo, della scienza, del futuro, aiutando tanti lettori a entrare nel mondo di oggi, con le sue enormi mutazioni, con strumenti più aguzzi e una fantasia più libera (con Lucentini diresse per anni "Urania" abbandonando l'Einaudi presso cui avevano lavorato per anni).

In modi diversi, i due furono seguiti in questo da Sergio Solmi, da Vittorini e soprattutto da Calvino, ma anche dal giovane Eco e dai suoi sodali, staccandosi forse un po' troppo dalle durezze del presente.
Con Lucentini, Fruttero scrisse nel 1972 un best-seller, La donna della domenica (Mondadori, come i seguenti), che inaugurò una serie di "polizieschi" accattivanti e intelligenti, decisamente "colti", ma estremamentge comunicativi, a mezza strada tra le opere dei precursori Gadda e Sciascia e quella dei tantissimi epigoni, che raramente furono acuti e competenti come loro.
Con Lucentini scrisse anche le argute riflessioni su I ferri del mestiere, e un'altra loro impresa memorabile fu certamente la raccolta di interventi che i due vollero chiamare La prevalenza del cretino, un libro più citato, per via del titolo, che meditato.

L'ultimo libro importante pubblicato da Fruttero è stato nel 2010 Mutandine di chiffon, una raccolta di scritti direttamente o indirettamente autobiografici scritto obbligatoriamente da solo: tra i quali trovò posto un bellissimo ritratto dell'amico Lucentini, che si era tolto la vita, malatissimo, nel 2002.
Si è spesso accusato Fruttero di essere troppo interno a un sistema culturale borghese e commerciale, ma anche a questo egli ha saputo rispondere con l'ironia che gli era propria – una qualità e una virtù che assai rare nel nostro contesto sociale, non solo intellettuale. In questo contesto, Fruttero e Lucentini non hanno mai smesso di dirlo, un pericolo non da poco è stato infatti rappresentato ieri e continua a essere rappresentato oggi dalla "prevalenza del cretino".

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