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Questo articolo è stato pubblicato il 29 gennaio 2012 alle ore 08:14.

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«Voi reputate vostro dio un pezzo di legno. Che venerazione offensiva!». Nel 384 Ambrogio da Milano così aggredisce Simmaco e con lui la tradizione religiosa romana. Da sessant'anni erano stati distrutti i testi di un pagano che avrebbe ben saputo tener testa alla violenza retorica del vescovo di Milano. Nell'opera dedicata alle immagini degli dei (perì agalmato-n), Porfirio di Tiro sul finire del terzo secolo aveva scritto che «non c'è nulla da meravigliarsi che i più ignoranti reputino le statue come pezzi di legno e pietre», o i libri come rotoli di papiro intessuto. Ma il divino invisibile può essere reso visibile da materiali adeguati (oro, cristallo, marmo, avorio) con statue adeguate, che non sono più solo pezzi di materia, ma diventano agalmata, segni che contengono qualcosa della potenza divina, non idoli ma icone.
Magia? Teurgia? Certamente il più raffinato tentativo di preservare quanto di più alto il sincretismo romano aveva prodotto in termini di religiosità davanti alla sempre crescente diffusione del Cristianesimo. E va subito precisato che Porfirio non contesta la persona di Cristo (uomo molto «pio e religioso»), ma non sopporta i cristiani, che lo venerano come un dio e lo credono morto e risorto. Il discorso non può tuttavia essere continuato senza considerare la temperie del terzo secolo, quando prima Aureliano e poi Diocleziano tentarono con ogni mezzo di riportare Roma allo splendore antico, superando le dissipazioni dei decenni precedenti. Accanto al consolidamento dei confini, a un'accorta politica economica ed edilizia, non mancò un incoraggiamento alla ferma adesione alla pur sincretistica religione di Stato, che portò poi all'ultima persecuzione contro i cristiani del 303-305.
Questi sono gli anni in cui visse Porfirio, nato a Tiro nel 233, approdato a Roma dopo aver studiato ad Atene, discepolo di Plotino dal 263 al 270, anno della morte del maestro. I libri di scuola ricordano Porfirio per l'"albero", oggi al centro di studi semiotici, uno schema del rapporto tra generi e speci, e per le prime righe di quella stessa presentazione alle Categorie di Aristotele (che nel Medioevo avrebbe originato opposte posizioni logiche), in sostanza solo per un'introduzione (isagoge) scolastica. Qualche attenzione di recente si è avuta anche per opere di genere ascetico. Ma all'inizio del 2012, ovvero a diciassette secoli dalla battaglia del ponte Milvio che diede inizio all'ufficialità del Cristianesimo nell'Impero romano, acquistano un valore fondamentale le opere sulla magia, la teurgia, la teosofia e perfino la magia nera, ricavate da citazioni e frammenti, edite da Andrew Smith e per la prima volta tradotte in italiano nel volume Filosofia rivelata dagli oracoli. Questo è anche il titolo di un'opera che presenta l'idea centrale di Porfirio sull'argomento: esiste una verità rivelata, che non è quella del Cristianesimo, ma quella che nei secoli è stata trasmessa ad alcuni prescelti, senza distinzione di religione o sesso. Anticamente, come vuole Platone per esempio nel dialogo dedicato a Ione, i poeti erano ispirati dalle Muse, le profetesse invece (la Pizia come Diotima del Simposio) da Apollo, ma non si possono escludere i magi caldei, i gimnosofisti indiani, i sacerdoti egizi, perfino i profeti ebrei. Come determinare un ordine di importanza tra tutti?
Porfirio, perfettamente inserito nella tradizione platonica, non ha dubbi, la soluzione è nella lettura allegorica degli oracoli stessi, per poi passare alla teurgia, ovvero nell'arte sacerdotale di mettersi in contatto con le divinità, ascoltarne i messaggi ma anche poter ottenere favori e grazie. I rituali teurgici (minuziosamente descritti nelle pagine porfiriane) sono un inizio e un'iniziazione, che consente di entrare in contatto con i demoni buoni dell'Anima del mondo. A questi deve seguire una purificazione personale ottenuta attraverso ascesi e rinunce, che con lo studio razionale (teologia) permetterà di giungere a quella contemplazione del primo principio, cui lo stesso Porfirio disse di essere giunto una sola volta, quasi settantenne.
L'uomo avrebbe addirittura il potere di cambiare il proprio destino, interrompendo il ciclo di trasmigrazione delle anime (come già nella Repubblica di Platone) e trovando quiete nella contemplazione del l'Uno-Padre, il Dio che per sacrificio vuole solo «pensiero puro e silenzio puro» e che lascia statue (se pur in forma di potenti agalmata) e riti a coloro che sono ancora indietro nel percorso iniziatico e che hanno bisogno dell'aiuto dei numerosi abitanti dell'empireo romano, in tutto riproposto dal filosofo di Tiro. Tra i sette generi di divinità, dalle infernali alle celesti, e i demoni buoni e cattivi, colui che sa le cose divine, il teosofo, deve aiutare a distinguere la strada corretta, che è quella della filosofia. Anche per Platone e Plotino il filosofo era il vero amante, posseduto da Eros, sempre in cerca del bello, instancabile nella difficile ascesa al Principio.
L'ecumenismo di Porfirio non ebbe però fortuna, soprattutto per quella sua platonica convinzione dell'impossibilità per un uomo di essere anche Dio, e addirittura un Dio capace di far risorgere il corpo proprio e altrui. Così ora ricordiamo per un "albero" e una "isagoge" colui che probabilmente fornì ai primi teologi cristiani i termini per definire gli angeli (i demoni buoni) e addirittura una chiave di volta per affrontare il mistero della Trinità, con questo Padre-Uno che è anche Figlio-Pensiero e Vita-Potenza. Porfirio morì prima dell'editto di Milano, negli anni in cui a Spalato si spegneva l'ultimo imperatore pagano, poco prima che vicino al ponte Milvio Costantino raccontò di avere visto un segno nel nome del quale la vittoria sarebbe stata sua.

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