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Questo articolo è stato pubblicato il 11 febbraio 2012 alle ore 15:46.

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«Se le idee devono interpretare la natura è necessario che siano altrettanto sconfinate». Così Sherlock Holmes, nel racconto Uno studio in rosso, parla delle idee di Darwin. E replica a Watson, il quale si dice in difficoltà a seguirlo nel ragionamento attraverso cui il celebre detective cerca di spiegare evolutivamente l'intensa emozione che ha provato durante un concerto di violino. Holmes dice infatti di condividere l'ipotesi darwiniana circa il carattere innato e le origini evolutive delle capacità musicali.

Oggi sappiamo che Holmes/Doyle/Darwin avevano ragione. La musica, ma il discorso vale per l'arte nel suo insieme, non è un mero prodotto "culturale". E il problema di giudicarne le qualità "culturali" non può continuare a prescindere dalla funzionalità adattativa e dall'esistenza di un'organizzazione neurobiologica individuale, più o meno predisponente e quindi differenzialmente amplificabile dall'educazione, per l'espressione musicale/artistica.

Nei Paesi con una lunga e influente tradizione artistico-letteraria, e presso quasi tutti coloro che praticano la critica d'arte, è ritenuto quasi blasfemo sostenere la possibilità di una spiegazione evoluzionistica e biologica dell'esperienza estetica. Perché significherebbe abbracciare un determinismo che nega la cultura. Quindi, la libertà e la creatività umana individuale. Che per molti toccherebbe lo zenit nell'arte. Tanto la tradizione critico-estetica storicista, quanto, se non di più, quella esistenzialista, fenomenologica e strutturalista, con le varie derivazioni costruttiviste, ritengono che nelle scienze non si esprima alcuna vera creatività.

Figurarsi se poi qualcuno cerca di ricondurre le origini dell'arte a qualche funzionalità biologica adattativa. Non è un caso che in Italia, dove si traduce quasi tutto, non siano mai stati tradotti i libri di Ellen Dissanayake: né Homo aestheticus: Where art comes from and Why?, né Art and Intimacy: How the Arts Begun. Al di là della plausibilità biologica delle spiegazioni evolutive contenute nei due libri, i dati antropologici raccolti e le critiche alle dottrine estetiste occidentali post-kantiane - e soprattutto alle filosofie delle avanguardie artistiche degli ultimi 150 anni - di aver oscurato lo studio e la comprensione dell'arte come adattamento e quindi come un universale umano, sono del tutto pertinenti e ben argomentate.
La letteratura non sfugge alla possibilità di coglierne le origini evolutive e la funzione adattativa. Gli storici e critici della letteratura che utilizzano teorie e concetti evoluzionistici, in particolare le idee della psicologia evoluzionistica, sono in aumento nel mondo anglosassone. La raccolta di saggi curata da Jonathan Gottschall e David Wilson, i più brillanti e versatili teorici del pensiero evoluzionistico, è un eccellente punto di partenza per avvicinarsi a un movimento destinato a diventare nei prossimi decenni sempre più influente. A meno che l'integralismo religioso e le lobbies del conformismo intellettuale e accademico non abbiano successo nei loro tentativi di ostacolare gli approcci naturalistici nell'ambito delle cosiddette humanities.

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