Il Sole 24 Ore
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25 febbraio 2012

La conoscenza ci libera dal pizzo


Il manifesto per una «costituente della cultura» lanciato la scorsa domenica da questo supplemento culturale forse mette finalmente l'accento su uno snodo cruciale della sfida che la classe politica e i cittadini di questo Paese devono affrontare, se fanno sul serio quando auspicano una ricostruzione economica e civile. Chi intrattiene rapporti di collaborazione con colleghi del mondo accademico straniero si sente spesso chiedere come sia stato e sia possibile che l'Italia attraversi una crisi che verosimilmente dura da alcuni decenni. E lo stupore nasce dal fatto che questa condizione appare paradossale, considerando che possediamo un patrimonio culturale di inestimabile valore, una tradizione di creatività artistica e scientifica individuale abbastanza unica e un sistema di istruzione che ha certamente dei difetti ma continua a sfornare cervelli in grado di emergere quasi con facilità nei dipartimenti universitari stranieri, sia umanistici sia scientifici, o all'interno di enti internazionali, pubblici o privati, che producono o elaborano conoscenze, tecnologie, analisi economiche e politiche eccetera.

È inutile recriminare sulle responsabilità, ma si dovrebbe prendere atto che per varie ragioni negli ultimi decenni si è selezionata una classe politica decisamente scarsa sul piano culturale. E che forse anche per questo non si rende conto del fatto che i Paesi nei quali, storicamente e attualmente, si cresce economicamente e dove si registra un grado elevato di senso civico investono cospicuamente in cultura. E questo perché chi li governa o sa o si è documentato, invece di limitarsi a commissionare sondaggi, sul fatto che la produzione e diffusione di cultura, umanistica o scientifica, purché di qualità, stimola la creatività, e quindi promuove l'innovazione, nonché migliora la vita civile e istituzionale di una società.

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare tanto lontano per documentarsi. Nel 2009 la direzione generale per l'educazione e la cultura della Commissione europea ha prodotto uno studio intitolato The impact of culture on creativity. Si tratta di un'ampia riflessione, con tanto di casi di studio e bibliografia, in cui si dimostra con solidi argomenti e dati empirici che dalla combinazione di competenze artistiche, capacità immaginative e un ambiente in cui vi sia un consistente investimento in cultura e istruzione, scaturisce una diffusa creatività basata sulla cultura, che produce innovazione in tutti i settori della vita economica e istituzionale di un Paese. La cultura, spiega e dimostra il rapporto, migliora il profilo affettivo delle persone, la loro spontaneità e l'autonomia, le capacità intuitive, la memoria, l'immaginazione e il senso estetico. Tratti, questi, che generano valori economici e sociali. Per esempio, nuovi modi di guardare i problemi, che aiutano a trovare più rapidamente soluzioni adeguate, una differenziazione dei prodotti, dei consumi e delle aspettative, una salutare messa in discussione di tradizioni conservatrici che solitamente generano diseguaglianze o discriminazioni sociali, senso di identità e appartenenza comunitari che favoriscono la cooperazione e, non ultima, un'attenzione personale più spiccata e qualificata per i valori spirituali, simbolici e immateriali.

È singolare che da parte della classe politica italiana non si sia capito in tempo che aderire alla strategia o processo di Lisbona, cioè accettare di concorrere a trasformare l'Europa nell'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del pianeta, significava prima di tutto investire in produzione di conoscenza e in valorizzazione del patrimonio culturale secondo una logica innovativa ed evolutiva basata su modelli imprenditoriali pertinenti. Non che gli altri Paesi europei abbiano poi saputo far meglio dell'Italia. Ma alcune economie emergenti, davvero basate sulla conoscenza, invece hanno capito molto bene come si alimenta la creatività e l'innovazione da cui la produzione di nuova conoscenza dipende direttamente.

Quasi tutti sanno che Singapore è una delle economie più dinamiche e con una crescita a due cifre da circa dieci anni. Sono forse meno numerosi coloro informati del fatto che dal 1989 quella repubblica sviluppa un intenso programma di investimenti culturali, culminato in un rapporto del 2002, Investing in Singapore's Cultural Capital che disegna per la cultura una funzione non meramente di consumo, ma a supporto della creatività, dell'innovazione e della qualità della vita. Nel 2008 Singapore è stata pubblicizzata nel mondo come Global City of the Arts con espliciti richiami al Rinascimento italiano. I suoi spettacolari musei d'arte, storia, e scienza, nonché l'intensa produzione culturale e gli investimenti nei campi dell'istruzione e della ricerca rendono questa città-Stato una presenza culturale tra le più vivaci non solo nel mondo asiatico, ma su scala internazionale.

Un recente studio condotto da Niklas Potrafke dell'Università di Costanza su 125 Paesi (Intelligence and Corruption, pubblicato a gennaio in «Economics Letters», Vol. 114, No. 1) ha rilevato che dove ci sono livelli di prestazioni intellettuali più alti, la corruzione, che è uno dei fattori che più danneggiano la crescita economica (e noi purtroppo ne sappiamo qualcosa), è più bassa. Si tratta dell'ennesima correlazione che va nel senso di indicare come il capitale cognitivo è il fattore chiave per lo sviluppo economico di un Paese. Da diversi anni si effettuano studi comparativi su decine di Paesi, in cui si confrontano le prestazioni scolastiche, misurate attraverso i vari test di valutazione (ad esempio Pisa), o la proporzione di «capitale cognitivo», cioè di competenze scientifiche e tecniche in senso lato ma soprattutto nei settori di frontiera della ricerca scientifica e tecnologica, presente in una data nazione, mettendo questi parametri in relazione con i livelli di libertà economica, di efficienza istituzionale (in particolare il livello di salute dello Stato di diritto) e di gradimento della democrazia. I risultati non sorprendono chi abbia un minimo di familiarità con il pensiero di certi illuministi, primi fra tutti i Padri Fondatori della democrazia statunitense, o frequenti la letteratura più recente nei campi della psicologia sociale e cognitiva o della neuroeconomia e dell'economia evoluzionistica. Stupisce che la politica non ne sia informata e non ne abbia tratte le conseguenze. Infatti, tutti gli studi mostrano che nei Paesi dove le performance scolastiche misurate attraverso i test attitudinali sono più elevate e dove si investe per garantire la presenza di una consistente smart fraction, si registrano i livelli più alti di efficienza istituzionale, di funzionamento meritocratico, di libertà economica e di reddito pro capite.

Insomma, ha senso che il Manifesto per la costituente della cultura venga lanciato dal principale quotidiano economico del Paese, ed è auspicabile che stimoli un serio e concreto dibattito per generare la consapevolezza diffusa di quello che serve all'Italia per riprendere, o forse intraprendere davvero, la strada di un rilancio prima che economico, morale o civile. Perché i due piani, oggi ne abbiamo anche le prove empiriche, non sono separabili e sono tenuti insieme dalla cultura.


25 febbraio 2012