Il Sole 24 Ore
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Il tesoro di Fantina Polo

Franco Cardini


Certo, è un bel documento: una pergamena del 1366 lunga più di un metro e larga 53 centimetri e mezzo, anche se non ha nulla della carta medievale riccamente miniata e «messa ad oro» che di solito s'immaginano i cultori del Medioevo in calzamaglia, oggi tanto di moda nelle sagre e nei blogs. Ma se appena si conosce qualcosa di paleografia e di diplomatica, le due scienze-sorelle che insegnano a leggere e a interpretare le antiche carte, è uno scrigno pieno di sogni quello che esce da quelle righe d'inchiostro qua e là evanito. Vi si legge di drappi di seta decorati di strani animali e di rose, di sacchi di rabarbaro, di «coperte tartare» (tappeti?), di tessuti dai colori cangianti, di «zendadi» finissimi, di gioielli tempestati di perle, di rubini e di smeraldi, di cinture d'argento, di pregiate redini da cavallo, di monete. Il tutto, calcolato insieme con altri beni, per un valore che sembra sfiori le 4mila lire veneziane: che nella seconda metà del Trecento potevano equivalere a circa 1.081 di quelle splendide monete ch'erano i ducati di Venezia, gli «zecchini», poiché secondo l'amico Reinhold Müller, che ringrazio, verso il 1366 un ducato equivaleva a tre lire e 14 soldi di «piccioli» (alla fine del Quattrocento si sarebbe stabilizzato a sei lire e quattro soldi; va tenuto presente che per fare una lira occorrono 20 soldi). Calcolando che un ducato pesava tre grammi e 55 d'oro purissimo, tanto per darvi un'idea, 1.081 ducati erano un po' più di tre chili e 800 grammi d'oro, ma con un potere d'acquisto molto superiore al trend attuale. Un patrimonio.
L'8 marzo, Festa della Donna, si aprirà a Venezia, nelle sale di Ca' Pesaro, una prestigiosa mostra di documenti animatori della quale sono Raffaele Santoro, direttore dell'Archivio di Stato cittadino da cui il materiale proviene, e Alessandra Santoro, diplomatista di quell'Università. Trenta documenti, datati tra 847 (il primo, venerabile) e la fine del Quattrocento, per illustrare il tema – che dà il titolo alla mostra – «Donne di Venezia». L'agire femminile tra antiche subordinazioni e nuove libertà. Tra quei documenti, trova posto la lista di quegli oggetti preziosi.
Ma di che si tratta? La risposta spiega perché quel documento diventerà per i visitatori la massima attrazione. Si tratta, nientemeno, che del tesoro di Marco Polo: e in quanto tale era già noto e pubblicato.
L'intenzione degli espositori è tuttavia diversa e meno spettacolare, ma ben più raffinata, della semplice esposizione di una curiosità poliana. Qui siamo di fronte alla testimonianza della lucida volontà e della vittoria in tribunale di una donna. Una donna anziana e vedova, per giunta. Non era una cosa poi tanto comune.
Il 12 luglio del 1366 Fantina Polo, figlia del grande Marco (ch'era defunto ormai già da 42 anni) e vedova di Marco Bragadin, riuscì a sbrogliare una matassa familiare vecchia di parecchi anni. Essa si presentava difatti accompagnata dall'avvocato Balduino Signollo nella Corte del procurator ai giudici Marco Dandolo, Giovanni Michiel e Natale Ghezzo esibendo il testamento del defunto dominus Marcus Paulo de confinio S. Iohanis Grisostomi, olim pater suus redatto dal notaio Giovanni Giustinian il giorno 9 gennaio 1324. In esso, il viaggiatore nominava eredi universali le tre figlie Fantina, Bellella e Moretta.
Ora, dopo la spartizione dell'ingente eredità paterna, Fantina era andata ad abitare col marito Marco Bragadin nella casa paterna; ma l'uomo aveva messo le mani sull'eredità della moglie e l'aveva trattata evidentemente come cosa propria. Morendo, l'aveva poi trasmessa alla sua potente famiglia, la quale non solo aveva fatto di tutto per non restituirla alla donna, ma l'aveva affidata in custodia ai Procuratori di San Marco in quanto amministratori dei beni del defunto. Ora Fantina, sostenendo che tutto quel ben di Dio apparteneva non già al Bragadin bensì a lei, si metteva coraggiosamente in causa non solo contro la famiglia di lui, ma anche contro la magistratura dei Procuratori: e, nella fattispecie, contro Andrea Contarini e Niccolò Morosini, i due illustri amministratori dell'eredità bragadiniana. Diaula d'una mugièr, questa vedova non più giovane e probabilmente ormai sola al mondo ce la fece. Coraggiosa lei, ma solertissimi anche i giudici della Serenissima, che non solo decretarono che di quell'eredità si dovesse recuperare tutto il possibile, ma decretarono altresì che i due nobilissimi Procuratori dovessero rifondere a Fantina anche le spese processuali, per il valore – non poi stratosferico, ma nemmeno trascurabile – di nove ducati d'oro. La proverbiale giustizia che si amministrava sotto le ali del leone di San Marco, e che il grande pubblico conosce attraverso lo shakespeariano Mercante di Venezia, trova qui una testimonianza precoce e inappuntabile, davvero degna di celebrare la Festa della Donna.
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il convegno economia e donne
Il documento sarà esposto fino
al 1° aprile a Ca' Pesaro in una mostra curata da Alessandra Schiavon con altre testimonianze della vita femminile a Venezia
nel Medioevo (dall'Archivio di Stato diretto da Raffaele Santoro) nell'ambito di DoVe. Donne a Venezia. «Creatività, Economia, Felicità», manifestazione organizzata dall'Assessorato
alle Attività Culturali del Comune (8-11 marzo). Tra le iniziative:
il convegno «Le donne fanno l'economia» (Palazzo Ducale,
9 marzo) con Annamaria Tarantola, vicedirettrice della Banca d'Italia; tavola rotonda
sul ruolo dei mass-media nella costruzione dell'estetica femminile; incontro con
Edward De Bono (Ateneo Veneto, 10 marzo). Saranno ricordate cinquee donne che a Venezia e nel mondo hanno lasciato un segno indelebile: Peggy Guggenheim, Eleonora Duse, con uno spettacolo di Elena Bucci alla Fondazione Cini, Felicita Bevilacqua La Masa, Olga Levi Brunner e la pittrice Giulia Lama. Per informazioni: www.donneavenezia.it