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Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo 2012 alle ore 08:19.

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Da quali ragioni dipendesse l'idiosincrasia di uno storico dell'arte come Roberto Longhi nei confronti di Jacopo Robusti detto il Tintoretto non è stato accertato; forse da un'accusa consimile a quella di Vasari che riscontrava, nel grande pittore veneziano, il limite di avere «tirato via di pratica», imputando alle sue dinamiche figure di essere trascurate nel disegno. Sotto questo giudizio è passata molta acqua, sì che il profilo di Tintoretto oggi non necessita di alcun soccorso critico per venir messo al fuoco in tutta la sua nobiltà; di conseguenza la mostra dedicata da Vittorio Sgarbi a Roma nelle Scuderie del Quirinale al pittore e al contesto dei protagonisti del manierismo a Venezia, non la possiamo considerare una riscoperta del maestro, specie dopo che gli studi, anche in anni recenti, hanno prodotto nuovi, significativi risultati, bensì una non scontata celebrazione. Si aggiunge il fatto che le tele della Scuola di San Rocco a Venezia, recuperati lucentezza e colori in seguito a restauri, si ergono come uno dei fatti più "sterminatamente" impetuosi e attraenti dell'arte italiana del "Cinquecento". Nel contempo l'occasione di riunire alcune delle opere più significative del Tintoretto risulta ancora di forte impatto, così come viene confermato il livello inferiore dei ritratti, per lo più "in nero", come prescriveva il codice della Controriforma, ritratti che non solo non raggiungono la profondità introspettiva di quelli di Tiziano, ma che, una volta raggruppati, non nascondono un'aria un po' smunta e, tranne qualche eccezione, sembra che indossino abiti smessi. Al contrario, quando ci troviamo al cospetto della Liberazione dello schiavo del 1548, per la quale l'Aretino ebbe parole d'ossequio smisurato, forse perché finalmente riusciamo a vederla sotto i riflettori e a distanza ravvicinata, è impossibile non venir presi nel vortice della scena della liberazione ed essere fatti partecipi dello "scorcio meraviglioso" del San Marco che viene giù in picchiata, come un profeta michelangiolesco ringiovanito e pieno di baldanza e di coraggio.
Il fascino di Tintoretto consiste nella potenza d'intuizioni a un tempo cinematografiche e teatrali, ma per esprimerle al meglio gli servono ampie partiture di spazi nei quali giocare con scorci e acrobazie prospettiche; le troviamo sovente e anche in quel supremo capolavoro che raffigura il Trafugamento del corpo di san Marco, dove ogni profilo è disegnato da filamenti lampeggianti che riempiono l'atmosfera di elettricità, tanto che la visione che si spalanca davanti agli occhi è una miscela ansimante di immaginario e di possibile. Il risultato giustifica l'ammirazione di osservatori della levatura di John Ruskin e di Henry James, il quale, di passaggio a Venezia, rimase abbagliato da Tintoretto sì da esclamare «è al di là di ogni possibile valutazione».
Il Robusti appagò gli intellettuali romantici più di Tiziano, facendo presa – nel contempo – sulle esigenze assai meno sofisticate degli spettatori comuni. In epoca di crisi della figuratività egli riuscì a non venir intaccato «dal dramma più intimo, dalla esasperazione lucida, dalla sottile implicazione intellettuale» (Briganti) del manierismo e a puntare su effetti fantasmagorici, che si manifestano nelle due stupefacenti tele con Maria Vergine in lettura e Maria Vergine in meditazione, fresche di restauro.
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Tintoretto, Roma, Scuderie
del Quirinale, fino al 10 giugno.
Catalogo Skira

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