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Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2012 alle ore 18:36.

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La Giuditta di Gustav Klimt fu presentata pubblicamente per la prima volta nel 1901, alla decima mostra della «Secessione viennese». Poiché il relativo catalogo non contiene l'opera, e poiché tuttavia, come si evince da una recensione della mostra apparsa nella «Neue Freie Presse» il 4 aprile 1901 e dalla lista delle opere vendute pubblicata in «Ver Sacrum», essa era stata ceduta qualche giorno prima all'artista Ferdinand Hodler, è da supporre che al momento dell'inaugurazione (15 marzo 1901) non fosse ancora pronta e che sia stata inserita nell'esposizione solo in un secondo momento.

La causa di ciò risiede nella notevole lentezza dell'asciugatura del collante sotto le zone del dipinto rivestite di foglia d'oro. Che Klimt avesse infine cercato di accelerare i tempi è dimostrato dalle parziali cancellazioni – soprattutto nella zona delle scaglie a mo' di paesaggio – della pittura a olio, senz'altro male aderente all'oro . Altre zone della Giuditta, che assai probabilmente Klimt trasferì nel dipinto da una fotografia, furono modellate con pennellate piccole e fitte, l'una sopra e accanto all'altra.
La cornice con l'iscrizione «Judith und Holofernes» fu realizzata da Georg Klimt secondo un progetto del fratello Gustav. Studi contenuti nel taccuino appartenente al lascito di Sonja Knips illustrano le fasi evolutive di questa cornice in legno duro, profilata, successivamente dotata di applicazioni in rame sbalzato e dorato, e attestano contributi non privi di importanza alla genesi del dipinto, nonché il fatto che sin dall'inizio cornice e dipinto erano stati progettati come un'opera unitaria. Dagli schizzi si ricava che sin dal primo momento la composizione complessiva era ampiamente stabilita.

Uno studio a matita dimostra quanto fossero importanti per Klimt sin dall'inizio l'accentuazione delle labbra della Giuditta e la raffigurazione del suo ombelico. Il confronto col dipinto finito mostra inoltre, a differenza del disegno stesso, una testa leggermente volta di lato, un avambraccio con un bracciale e, soprattutto, il petto perfettamente coperto da un abito di chiffon. Il disegno sottostante – visibile attraverso la fotografia a infrarossi – attesta inoltre l'intenzione originaria di Klimt di nascondere il petto nudo con il braccio destro della donna.

Il tema della Giuditta è tratto dal libro veterotestamentario apocrifo di Giuditta. Nel momento in cui truppe assire assediano Betulia, città giudea di confine, e la situazione si fa critica, Giuditta, vedova giovane e pia, entra disarmata nell'accampamento di Oloferne – che rimane sedotto dal suo fascino – e lo decapita con la sua spada. Il libro biblico descrive Giuditta come l'incarnazione del coraggio e della risolutezza. Nel contesto cruento della decapitazione del comandante dell'esercito babilonese, la sua «bella figura» e il suo «aspetto fiorente» offrirono agli artisti, a partire dal tardo Medioevo, materiale iconografico assai intrigante. Poiché Manasse, suo marito, le aveva lasciato una notevole ricchezza, nelle raffigurazioni artistiche essa è, di regola non solo bella ma vestita sontuosamente, e abbondantemente ingioiellata.

Gustav Klimt preparò l'opera con particolare cura, leggendo nei dettagli la storia biblica per interpretarla correttamente nel dipinto. Non solo. Le decorazioni ritmiche e gli alberi sullo sfondo dorato non sono invenzioni ornamentali ma costituiscono un paesaggio preciso che il pittore riprese dal cosiddetto «Rilievo Lachisch» recuperato durante scavi effettuati a Ninive tra il 1846 e il 1851. La Giuditta di Klimt manifesta poi un segno assai tipico di una particolare fase creativa dell'artista, ovvero la raffigurazione – sperimentata tra l'altro nell'allegoria della Medicina – di volti resi leggermente sfuocati. Così, anche Giuditta, con la testa appena volta verso l'alto, le palpebre socchiuse e uno sguardo tra il pigro e il lascivo, si impone come una figura altamente seduttiva.

La bocca socchiusa e le rosse labbra fanno pensare a certi sensuali ritratti femminili di Fernand Khnopff che a Vienna riscuotevano grande successo. L'aura di sensualità di Giuditta è alimentata dal contrasto tra la sontuosa decorazione aurea e la pelle nuda. Il collare, opulento d'oro e di pietre colorate, separa la testa di Giuditta dal resto del corpo. Klimt rinuncia completamente agli attributi tradizionali di questa eroina (la spada, la serva che l'accompagna, eccetera) e quasi spinge fuori del quadro la testa mozzata di Oloferne. L'intonazione decadente del ritratto – che non è tanto quello di una liberatrice bensì di un'odalisca altera e sensuale –, conferma l'idea che Klimt intendesse rappresentare in realtà una femme fatale.

Si disse che i tratti fisiognomici di questa Giuditta fossero quelli del prestante soprano Anna von Mildenburg, celebrata interprete wagneriana, amante di Gustav Mahler e, dal 1901, «imperial-regia cantante da camera» all'Opera di Corte viennese. Tra le sue numerose storie amorose gliene si attribuì una anche con Klimt. In effetti, dal confronto tra il volto della Giuditta e fotografie coeve di Anna von Mildenburg si rileva senz'altro una certa somiglianza. Allo scrittore Felix Salten dobbiamo una descrizione contemporanea del dipinto: «La Giuditta di Klimt illustra dettagliatamente il tratto moderno del suo lavoro: è una bella jour-dame come la si può incontrare ovunque, quella che attira gli sguardi maschili alle première, incantevole nel suo vestito di seta.

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