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Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2012 alle ore 18:48.

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Sono solo alcuni dei nomi di un elenco lunghissimo composto da archistar e da giovani talenti ancora sconosciuti. Tutti attirati dal mantra italiano: mah, perché no, proviamo. Osserva Jeffrey Bernett, a proposito della capacità di non dire mai di no di fronte alle fughe in avanti dei designer: «Esistono una grande passione nel capitale umano italiano e una grande forza emotiva nel modo di fare impresa italiano». La flessibilità e la plasticità del modello industriale italiano sono coerenti con le ispirazioni artistiche più intime degli architetti e dei disegnatori industriali. «Ci sono una disponibilità e una capacità di fare le cose – continua a spiegare Bernett – che negli altri Paesi non si trovano. Qui ho sperimentato la massima libertà, sia concettuale che tecnica».

Un contesto segnato da una miscela di artigianato e di industrializzazione. Oggi come ieri, un elemento della lunga durata di questa particolare forma del capitalismo italiano. «Mio padre Piero Ambrogio – racconta nel suo ufficio di Novedrate Giorgio Busnelli, presidente della B&B Italia – inventò nel 1966 la tecnologia del poliuretano schiumato e adoperò la struttura in acciaio per gli arredi imbottivi. Per riuscire a farlo, concepì un particolare sistema di produzione con gli stampi che consentivano forme altrimenti impossibili da realizzare e in serie tutte perfettamente riproducibili». Il metallo al posto del legno. L'industrializzazione come completamento dell'artigianato, in un continuum in cui è difficile scorgere dove finisce l'uno e inizia l'altra.

Quarantacinque anni fa, quella innovazione di prodotto e quell'up-grading di processo rappresentò un passaggio decisivo, che aprì nuove strade nella complessa partita fra bellezza e industria. Un cui nodo è rappresentato, oggi, dalla disponibilità e dalla capacità tecnica di ingegnerizzare e di commercializzare le istanze intellettuali più avanzate. Su quest'ultimo punto è d'accordo il critico Enrico Morteo, curatore della collezione del Compasso d'Oro (3): «È proprio questa la ragione per cui un designer cinese o brasiliano viene in Italia a lavorare. Semmai, al di là della abilità applicativa, le nostre imprese oggi scontano una minore capacità di essere esse stesse portatrici di innovazioni di frontiera, nei materiali e nei fini ultimi dell'essere industria. Non esistono più uno scienziato come Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963 che con il polipropilene cambiò l'industria internazionale, o un Adriano Olivetti, che negli anni Cinquanta unì tecnologia ed estetica con il design».

Venuta meno la radicalità d'avanguardia della metà del Novecento italiano, il nostro sistema industriale costituisce comunque una tessera che si inserisce senza frizioni nel mosaico internazionale della produzione e dei consumi, della tecnica e della creatività. «Ma lei sa cosa significa per un designer lavorare con un'azienda tedesca? – domanda Massimiliano Messina, amministratore delegato della Flou di Meda – significa che deve prima compilare un questionario alto così e poi sottoporsi a procedure e a gerarchie che da noi non esistono. Quando un designer straniero ci spedisce una mail la valutiamo e, se ci interessa, partiamo subito. In un mese siamo in grado di passare dal prototipo alla produzione della prima serie».

Non è solo una questione di velocità e di informalità. Un altro vantaggio competitivo è rappresentato dalla particolare struttura del nostro tessuto produttivo. «A differenza che altrove – dice Patricia Urquiola (4), spagnola allieva di Achille Castiglioni e Vico Magistretti – in Italia si trovano moltissime aziende. Questo non va sottovalutato. Negli altri Paesi, al massimo puoi lavorare per due, tre, quattro società. Qui non è così. Questa moltitudine di imprese aumenta lo spettro di possibilità di realizzare i tuoi progetti. Nelle nicchie più differenti, per i mercati più diversi, con le tecnologie più duttili ed efficaci».

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