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Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2012 alle ore 08:17.

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Il capitano Bellamy, raffinato filibustiere, vantava nell'equipaggio pure un drammaturgo: alla prima recita del Pirata reale, però, «un incidente trasformò la farsa in tragedia». Scambiando la messinscena per una reale condanna a morte, un gruppuscolo di bucanieri spettatori scatenò una rissa, e il prim'attore, pirata egli stesso, ci rimise un braccio sotto un colpo di sciabola. A parte il colpevole del gesto, gli altri ribelli furono prosciolti dalla corte marziale interna, e persino «elogiati per il loro zelo». Tutti si riconciliarono, ma «si proibì di replicare quel dramma». Il poetastro di bordo non fu l'unico rappresentante della «letteratura furfantesca», membro dell'«élite intellettuale dei malfattori», come racconta Renato Giovannoli in Jolly Roger. Le bandiere dei pirati: il facoltoso Bonnet, ad esempio, si diede alla pirateria per spirito donchisciottesco, ma fu subito esautorato dal capitano Barbanera perché «non sapeva nulla della vita marinaresca»; si accontentò così di girare per la nave in vestaglia, scartabellando i suoi libri.
Per dimostrare l'esistenza di una «cultura dei pirati», e forse nobilitarne il substrato sapienziale, Giovannoli si concentra sullo studio dei vessilli corsari «della fine del Seicento e dei primi decenni del Settecento, ovvero di quella che viene definita l'Età dell'Oro della pirateria». Nonostante l'incertezza, e la ribalderia, delle fonti, il "trattatello" è minuzioso, ricco anche iconograficamente, fin pedante per il lettore profano: dall'analisi degli antenati del Jolly Roger, le Bloody flags, si deduce che «il rosso e il nero sono i due colori fondamentali», cui si aggiunge il verde di derivazione barbaresca e islamica. I simboli – teschio, tibie incrociate, sciabola, cuore, freccia, clessidra, scheletro – compaiono successivamente e il termine "Jolly Roger" deriva con buona probabilità da "Old Roger", associato al diavolo, Odino, Robin Hood, "Ruggero il vagabondo criminale"... Il gonfalone corsaro è una congerie di miti e fascinazioni: lo «scheletro che trafigge con una freccia un cuore da cui escono tre gocce di sangue» richiama la simbologia cristiana, benché nella prospettiva ribaltata dei riti satanici. La tesi di Giovannoli è che quelle bandiere, e quei pirati, abbiano origine in un «contesto corporativo e iniziatico» di stampo medievale: furfanti e teatranti, clerici vagantes e goliardi, accattoni e briganti.
Come "confraternite della morte", gli antieroi dei mari si associano pure a Saturno, «patrono della criminalità, pianeta di storpi, mendicanti, pitocchi, criminali e becchini», e amano Thanatos fino all'ascetismo «per così dire "religioso"»: sono dead in law, «in quanto banditi dagli Stati e per la loro volontaria uscita dal consorzio civile, in quanto condannati a morte dalle leggi e votati alla morte, in quanto "morti nel peccato" e destinati all'Inferno». Per fortuna, non tutti si prendevano sul serio: «Suvvia, facciamoci un inferno tutto nostro e vediamo quanto riusciamo a resisterci!». La spiritualità del filibustiere non può che essere luciferina, apocalittica e giustizialista, di matrice massonica ed esoterica. Si arriva così all'ultima e più scontata ipotesi: i pirati sono i discendenti dei Templari, «come se non bastasse tutto ciò che è stato loro imputato». L'autore nega, pur ammettendo il fascino "parsifaliano" dei cavalieri dell'apocalisse marina. Infatti non si sa quanto l'arte e la letteratura abbiano saccheggiato oppure nutrito questo immaginario, dalla General History of the Pyrates di Charles Johnson, forse pseudonimo di Daniel Defoe, a James Matthew Barrie con il suo Capitan Uncino, ex studente modello di college, ossessionato dalle buone maniere. Ma questa è solo una storia per bambini.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Renato Giovannoli, Jolly Roger. Le bandiere dei pirati, Medusa,
San Giorgio a Cremano (Na),
pagg. 222, € 24,00

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