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Questo articolo è stato pubblicato il 09 luglio 2012 alle ore 19:12.

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E così, fra buoni e cattivi pensieri, è cominciata a Perugia Umbria Jazz 12 che da qualche tempo porta il numero corrispondente all'anno in corso. Non conta più gli anni da quando il festival è nato nel lontano 1973, ed è meglio così. Assai pregevole l'incipit con i pianisti Stefano Bollani e Chick Corea, un duo inventato proprio da Umbria Jazz nel 2009 quando Stefano e Chick nemmeno si conoscevano, e adesso suonano da vecchi amici con le conseguenze del caso: improvvisano su qualunque tema o ne inventano uno sul momento e si intendono a meraviglia. A loro si è aggiunto Hamilton De Holanda con il suo stupendo mandolino brasiliano, un po' in trio e poi in duo con Bollani. Unico neo, ma non da poco: questo è un tipico concerto da camera, e ascoltarlo nella vastità dell'Arena Santa Giuliana – nel resto dell'anno campo di atletica, per chi non lo sapesse – fa male alla musica. E' un problema crescente dal 2003, vale a dire da quando l'"Arena" è stata istituita, e bisognerà pur affrontarlo, tanto più che in città ci sono possibili soluzioni.

In questo 2012 il mondo del jazz celebra due ricorrenze importanti: il centenario della nascita di Gil Evans, che negli anni ottanta tenne a Perugia con la sua orchestra concerti indimenticabili, e il trentennale della scomparsa di Thelonious Monk, compositore e pianista che con il trascorrere del tempo appare sempre più grande come succede agli artisti veri. Umbria Jazz 12 ci ha pensato come si conviene a una manifestazione del suo calibro. E così abbiamo già avuto la prima sorpresa, anzi la prima rivelazione: un'orchestra americana di una trentina di ragazzi che si avvicendano sul palcoscenico a venti per volta sotto la direzione di Ryan Truesdell per riproporre brani editi, inediti e riscoperti di Evans degli anni giovanili e della maturità. Suonano e interpretano benissimo la difficile opera del maestro, e ci ha fatto un figurone il nostro sassofonista Francesco Cafiso, ormai ventenne, primo ospite speciale del gruppo mentre scrivo. Una rivelazione, dicevo, e molto consolante, che ascolteremo qui per altri cinque giorni. Se negli Stati Uniti ci sono giovani jazzisti di questo livello, non soltanto non è vero che il jazz è morto come sostiene qualche necrofilo, ma non è nemmeno vero che abbia cambiato casa trasferendosi in Europa. Voglio dire che ha ancora ottimi appartamenti a New York e dintorni, ed e bene che li abbia.

Per Monk Umbria Jazz ha finora giustamente confermato, dopo la sua ottima performance di Orvieto nello scorso inverno, il trio del pianista inglese Stan Tracey con Andrey Cleyndert contrabbasso e il figlio Clark Tracey batteria. Si è così apprezzata una nuova carrellata di celebri composizioni monkiane, da Misterioso a Bemsha Swing, da I Mean You a Criss Cross (e non è mancata una magnifica reillustrazione creativa del brano più gettonato, ‘Round Midnight), proposta dal pianista che per età (86 anni) e lunga consuetudine ha forse capito Monk più di ogni altro.
Ma or qui comincian le dolenti note, direbbe Dante, e il caso è pesante perché si tratta di un pianista di caratura mondiale senza distinzione di generi musicali, cioè di Herbie Hancock. Non so quanti sappiano che di Hancock ce ne sono due, ma è così. C'è l'Hancock fanciullo prodigio che a sette anni suonava Mozart in pubblico – e per quanto mi riguarda meglio sarebbe che avesse continuato. E' lo stesso Hancock che ha collaborato divinamente con Miles Davis e poi con altri. I guai succedono (non sempre) quando il protagonista è lui. Qui c'è il secondo Hancock, intrattenitore sovente di gusto pessimo, inutile e chiaramente insincero. Fra i momenti peggiori ricordo una sua performance all'Arena di Verona – nel 2008 se non sbaglio – quando riuscì a trascinare su questo sentiero il pianista Lang Lang che di suo non si fa pregare.

Alla meno storica Arena Santa Giuliana ci è toccato il secondo Hancock, eccome. Ha perfino suonato male, propinando fra l'altro due interminabili e inconcludenti Watermelon Man e Canaloupe Island e tenendo lunghe, discutibili e non richieste concioni sulla tecnologia nella musica e su altro. Mi è tornato in mente un concerto di pianoforte solo di Cecil Taylor al Teatro Romano di Verona, tanti anni fa, quando Taylor non la finiva più di chiacchierare prima di toccare il pianoforte. Una voce solenne dagli spalti gli urlò in veneto: tasi e sona (taci e suona). Ecco, sarebbe stato preferibile che Hancock non avesse nemmeno suonato. I tre suoi comprimari Lionel Loueke chitarra, James Genus basso e Trevor Lawrence batteria hanno fatto il loro dovere, il leader no. Posso ancora riferire di un concerto (anch'esso all'Arena) di David Murray con la sua Big Bang, filato senza infamia e senza lode. Da Murray ci si attende di più.

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