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Questo articolo è stato pubblicato il 09 agosto 2012 alle ore 14:22.

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François Truffaut e Fanny Ardant (Afp)François Truffaut e Fanny Ardant (Afp)

«Il cinema è l'arte di far fare delle belle cose a delle belle donne»: queste le parole con cui François Truffaut, uno che se ne intendeva particolarmente, definì il senso più profondo del suo lavoro. Per sua stessa ammissione, Truffaut s'innamorò, in un modo o nell'altro, di quasi tutte le protagoniste delle sue opere, tanto da dichiarare più volte che senza di esse non sarebbe mai riuscito a trovare la giusta ispirazione. Non a caso venne spesso definito «L'uomo che amava le donne», prendendo spunto da un titolo del 1977, chiaramente autobiografico, della sua lunga filmografia.

Tra le tante attrici che diresse, da Catherine Deneuve a Isabelle Adjani, quella con cui instaurò il legame più intimo fu certamente Fanny Ardant che, oltre ad aver lavorato in «La signora della porta accanto» del 1981 e «Finalmente domenica!» del 1983, divenne la compagna degli ultimi anni della sua vita e madre di sua figlia Joséphine.

Se Truffaut propose molteplici interpreti femminili, due suoi vecchi colleghi dei Cahiers du Cinéma (la rivista che negli anni '50 diede il via alla nouvelle vague) come Jean-Luc Godard e Claude Chabrol, furono decisamente più fedeli alle protagoniste delle proprie opere: Godard affidò alla moglie Anna Karina otto dei suoi lavori, tra cui si possono ricordare «La donna è donna» del 1961 o «Questa è la mia vita» del 1962, girati nei sei anni in cui rimasero sposati; Chabrol instaurò con Isabelle Huppert una delle collaborazioni più importanti della storia del cinema francese, iniziata nel 1978 con «Violette Nozière» e conclusasi, quasi trent'anni dopo, con il terzultimo film del regista, «La commedia del potere».

Grandi amanti della storia del cinema, gli autori della nouvelle vague s'ispirarono ai rapporti tra i registi del passato e le grandi dive del muto: tra queste la più nota è senza dubbio Lillian Gish che con David Wark Griffith, il padre del découpage classico, girò oltre quaranta pellicole dal 1912 al 1921. Altro sodalizio dello stesso periodo, in questo caso sia artistico che sentimentale, fu quello tra Asta Nielsen, diva assoluta della scuola danese, e Urban Gad, che la diresse in ben trenta film.

Relazione professionale ancor più intensa quella tra Josef von Sternberg e Marlene Dietrich, iniziata quando il regista austriaco la scelse, da perfetta sconosciuta, come protagonista de «L'angelo azzurro» nel 1930: da quel momento von Sternberg, in sette lungometraggi girati in soli cinque anni, ne tratteggiò l'immagine di donna fatale e sessualmente ambigua, mentre la Dietrich in cambio stipulò un contratto con la Paramount in cui poteva sceglierlo come autore di tutti i suoi lavori. Una decisone simile fu quella presa da Katharine Hepburn nel 1940, quando impose alla Mgm il suo pigmalione George Cukor come regista di «Scandalo a Philadelphia»: la storica collaborazione tra i due iniziò nel 1932 con «Febbre di vivere» per protrarsi fino al 1975 con il televisivo «Amore tra le rovine».

Decisamente meno longevo fu il sodalizio tra Alfred Hitchcock e Tippi Hedren, durato soltanto lo spazio di due pellicole: «Gli uccelli» del 1963 e «Marnie» del 1964. Ancor oggi chiacchierata e controversa, la "relazione" tra i due sarà al centro di «The Girl», film in uscita nei prossimi mesi con Toby Jones nei panni del regista inglese e Sienna Miller in quelli della Hedren.

Tra le attrici preferite di Hitchcock ci fu anche Ingrid Bergman che, nei primi anni '50, abbandona Hollywood per lavorare con Roberto Rossellini: la loro unione porta alla nascita di tre figli e di sette film, tra cui svettano «Europa ‘51» del 1952 e «Viaggio in Italia» dell'anno successivo.
Altri due registi italiani che scelsero la propria compagna come musa ispiratrice furono Michelangelo Antonioni e Federico Fellini: il primo fece di Monica Vitti l'indimenticabile e tormentata protagonista della sua tetralogia dell'incomunicabilità nei primi anni '60, da «L'avventura» a «Deserto rosso»; il secondo volle la moglie Giulietta Masina come interprete di sette delle sue pellicole più significative come «La strada» del 1954 e «Le notti di Cabiria» del 1957.

Collaborazioni analoghe furono quelle tra Woody Allen e l'ex moglie Diane Keaton (sette film insieme, tra cui «Io e Annie» del 1977 e «Manhattan» del 1979), tra il regista cinese Zhang Yimou e la sua ormai ex compagna Gong Li (a cui diede la celebrità grazie a «Lanterne rosse» del 1991) e tra Ingmar Bergman e Liv Ullmann (dieci titoli tra i quali svettano «Persona» del 1966 e «Scene da un matrimonio» del 1973).
Tra gli altri autori più importanti del moderno cinema europeo, diversi sono coloro che hanno tenuto lunghi e importanti rapporti professionali con la stessa attrice: dal finlandese Aki Kaurismaki con Kati Outinen al tedesco Rainer Werner Fassbinder con Hanna Schygulla, fino all'inglese Derek Jarman che affida alla sua musa e grande amica Tilda Swinton un ruolo in tutti i film che dirige dal 1986 al 1994.

Tra i duetti più commentati degli ultimi anni non possono sfuggire quelli tra Pedro Almodóvar e Penélope Cruz, ultima musa del regista spagnolo dopo Carmen Maura e Victoria Abril, tra Quentin Tarantino e Uma Thurman, grazie al successo di «Pulp Fiction» e «Kill Bill», e tra Tim Burton e la compagna Helena Bonham-Carter. Eppure il rapporto attrice-regista più interessante, curioso e stimolante degli ultimi tempi appare quello tra Lars von Trier e Charlotte Gainsbourg: l'attrice francese è infatti l'unica ad aver accettato, e con entusiasmo, di lavorare una seconda volta con l'autore danese, spesso attaccato dalle sue interpreti per la sua presunta misoginia e per i suoi metodi di lavoro ben poco ortodossi. Dopo «Antichrist» e «Melancholia», la Gainsbourg è stata scelta nuovamente dal regista come protagonista di «Nynphomaniac», pellicola che si profila essere una delle opere più provocatorie in uscita il prossimo anno: incentrato attorno alla vita di una ragazza ninfomane, il film, che dovrebbe essere completato per l'inizio del 2013, avrà due versioni, una hard e una soft. Fan e detrattori di von Trier, e della sua musa, sono avvisati.

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