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Questo articolo è stato pubblicato il 12 agosto 2012 alle ore 08:18.

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M. E. (Umbertide 1300 - ?) fu un celebre filosofo della tarda Scolastica. Entrato giovanissimo nell'ordine francescano, fu allievo del grande Guglielmo di Baskerville, che lo avviò agli studi filosofici e teologici. Dotato di straordinaria erudizione e acutissimo intelletto, M. E. bruciò le tappe accademiche e, ancora molto giovane, divenne professore presso l'università di Parigi e poi presso quella di Colonia.
Nella sua ricchissima produzione filosofica spiccano gli scritti relativi alla celebre disputa sugli universali, nella quale si oppose con forza alla scuola dei "nominalisti", detti anche "post-mediaevales". Costoro sostenevano con forza che gli universali non esistono, e i più estremi arrivavano a dire che nemmeno la verità e la realtà esistono. Una tesi, questa, che M. E. confutò con impareggiabile abilità, nel celebre scritto Si veritas et realitas non existent, de quo loquerimus? - un capolavoro filosofico che anche Spinoza e Leibniz lodarono come pietra miliare del pensiero filosofico.
Ma M. E. criticò anche il realismo estremo di alcuni "novi realisti", i quali affermavano l'esistenza degli universali, della verità, degli unicorni e "multarum aliarum rerum". Assumendo una posizione ontologicamente più moderata, M.E. sviluppò una concezione detta "Realismus parvus", la cui tesi essenziale era che gli universali esistono ma con discrezione, e dunque non danno fastidio. Fu in questo quadro che egli avanzò la tesi, accolta con unanime incredulità, secondo la quale gli unicorni non esistono, ma gli ornitorinchi sì. Come dimostrato dai fondamentali studi del Gilson, fu probabilmente a causa di questa tesi arditissima che M.E. venne violentemente osteggiato dal suo ordine e dalla stessa Santa Sede. Fino a che, il 27 marzo 1329, papa Giovanni XXII espresse nei suoi confronti una dura condanna nella bolla Tace, M. E., ut alia facta tua sunt.
In seguito, i suoi scritti vennero giudicati in sospetto di eresia e per questo gli fu tolto l'insegnamento. (In proposito va però ricordato che la Congregazione per la Dottrina della Fede sta valutando l'opportunità di concedere a M.E. il perdono ufficiale, che non dovrebbe dunque tardare più di due o trecento anni).
Interrotto l'insegnamento universitario, M.E. divenne priore del celebre convento di Erfurt. Intraprese allora la carriera letteraria, divenendo uno degli scrittori più famosi del tardo medioevo. In particolare, oltre ai celebri Scripta Levia (quali il Commentarium minimum e il Minervae involucrum), che gli diedero grande fama e proverbiale agiatezza economica, fu assai famosa la sua traduzione in latino del Roman de la rose, lodata anche da Petrarca e Boccaccio. Tuttavia, se la sapienza metrica e prosodica di quell'opera fu universalmente apprezzata, ci fu chi ne denunciò la presunta cripticità. Assai discusso, in particolare, fu l'esametro conclusivo dell'opera, Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, su cui gli interpreti continuano a interrogarsi indefessamente da settecento anni. Tra questi, Italo Calvino, il quale lasciò un appunto da cui traspare tutta la sua afflizione intellettuale: «Sì, va be',
ma 'sta rosa dove sta?».
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