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Questo articolo è stato pubblicato il 19 agosto 2012 alle ore 18:45.

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Il «canto nuovo» dei GreciIl «canto nuovo» dei Greci

I Greci stanno perdendo la Guerra. Imbaldanziti dall'assenza di Achille, che in preda all'ira per l'angheria subita da Agamennone si rifiuta di combattere e si è ritirato nella sua tenda, Ettore e i Troiani hanno quasi raggiunto le navi nemiche e si preparano a ricacciare gli invasori in mare. I capi greci si riuniscono e decidono di inviare un'ambasceria ad Achille, pregandolo di tornare in guerra e offrendogli doni infiniti da parte di Agamennone. Vanno in due, preceduti da Fenice: Aiace Telamonio e Ulisse. E trovano l'eroe «intento a godere la cetra armoniosa, / bella, ben lavorata, e la traversa era d'argento». Achille sta cantando: «rallegrava con questa il suo cuore», dice il libro X dell'Iliade, «e cantava gesta d'eroi». È, in questo momento, un aedo: non diverso da quei cantori dell'Odissea che a Itaca o a Scheria, nell'isola dei Feaci, raccontano con voce che si appoggia alle corde della lira le vicende epiche di Troia o dei ritorni a casa dei Greci. Femio, l'aedo itacese, intrattiene Penelope e i pretendenti proprio con quest'ultimo tema. La regina, che da dieci anni attende il ritorno del marito, comprensibilmente non gradisce, ma Telemaco la esorta a considerare che le disgrazie non sono colpa del cantore bensì di Zeus, aggiungendo poi: «gli uomini lodano di più quel canto / che suona più nuovo a chi ascolta».

Cosa sarà mai questo canto «nuovo»? Quello di Achille nell'Iliade è forse vecchio? Più tardi nel l'Odissea, nel libro VIII, sarà il bardo cieco dei Feaci, Demodoco, a intrattenere i commensali: cantando dapprima la lite tra Achille e Ulisse (della quale non c'è traccia nell'Iliade e che provoca il pianto dell'ospite), poi gli amori di Ares e Afrodite e l'ira del cornificato Efesto, infine, su sollecitazione di Ulisse stesso, la presa di Troia. Di nuovo, l'eroe si copre il capo col mantello e piange, tanto che il re dei Feaci, Alcinoo, lo invita a spiegare perché e a dire finalmente chi sia; dopotutto, aggiunge, a volere la sorte dei Greci e dei Troiani sono stati gli dèi: «filarono la rovina / per gli uomini, perché avessero anche i posteri il canto».
Con questa affermazione paradossale, sulla quale si è soffermato una volta Borges, ma che riecheggia quanto Elena stessa dice in Iliade VI, il discorso sulla poesia sembra, nei poemi omerici, aver fine. Poesia di guerra, poesia del ritorno, poesia comica: è questo, forse, il «canto nuovo» che vuole Telemaco. Si tratta, evidentemente, di lacerti di una poetica vera e propria della Grecia arcaica.

Stephen Halliwell – autore che il pubblico italiano già conosce per il suo bel volume L'estetica della mimesis. Testi antichi e problemi moderni (Aesthetica, 2009) – discute questi, e altri, brani, nel suo importante nuovo libro, che da Omero, passando per Esiodo, Tucidide, Aristofane, Platone, Aristotele, Gorgia, Isocrate, Filodemo, e l'autore del Sublime, "Longino", traccia il cammino della discussione sulla poesia in Grecia.

Tra i due poli dell'estasi – la quale riassume quei «punti di vista che localizzano e cercano valore soprattutto negli stati di intensa concentrazione, assimilazione e trasformazione psicologica» – e della verità, che punta invece alle «posizioni le quali sottolineano (o, in alcuni casi, mettono in questione) il valore, cognitivo e/o etico, più duraturo della poesia per le credenze e gli atteggiamenti del suo pubblico».

Il libro è ricchissimo e originale, e andrebbe letto insieme ad altri titoli di afflato simile tra i quali segnalo, The Origins of Aesthetic Thought in Ancient Greece di James I. Porter (Cambridge University Press, 2010), Prima dell'estetica. Poetica e filosofia nell'antichità di Daniele Guastini (Laterza, 2003), nonché insieme al nuovo, innovativo commento alla Poetica di Aristotele dello stesso Guastini (Carocci, 2010) e a L'esperienza della poesia di Francesco Calvo (il Mulino, 2004).

Sottile, preciso e giudizioso nella sua audacia, Halliwell prova, credo al di là di ogni ragionevole dubbio, che mentre le concezioni della poesia elaborate da Aristotele, Gorgia e Longino muovono verso una sintesi di estasi e verità, Aristofane, Platone, Isocrate e Filodemo riconoscono la relazione tra le due come un problema acuto, e tale lo lasciano. Pensiamo ai dubbi e alle esitazioni di Platone nello Ione e nella Repubblica, ma anche alla "mania" che evoca così splendidamente nel Fedro e alla figura di Ulisse con la quale conclude la Repubblica stessa. Mettiamo di fronte le affermazioni di Pericle e Tucidide da una parte, e di Aristotele dall'altra. Pericle – il Pericle di Tucidide – celebra davanti agli Ateniesi le imprese della loro città, e dice: «non abbiamo bisogno di un Omero che canti la nostra gloria né di chi con le sue parole procurerà un diletto immediato, dando però un'interpretazione dei fatti che non potrà reggere quando la verità si affermerà».

Tucidide, per conto suo, loda la propria opera di storico, affermando che probabilmente il suo racconto «risulterà poco dilettevole in una pubblica lettura proprio perché privo di finalità artistiche»: ma «ciò che ho composto», sostiene, «è un'acquisizione perenne, non un pezzo di bravura mirante al successo immediato». Di contro, invece, Aristotele: «la produzione poetica è più filosofica e seria della narrazione storica: la produzione poetica, infatti, dice soprattutto le cose universali, mentre la narrazione storica dice il particolare». Bellissima polemica, no? Ma bellissimo, anche, quanto Aristotele dice sulla scena del libro VIII dell'Odissea che ho menzionato all'inizio, quella del canto di Demodoco e del pianto di Ulisse.

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