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Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2012 alle ore 08:18.

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Molti libri raccontano la storia degli edifici, ma sono rari quelli che ne raccontano la vita, o almeno io ne conosco pochi. Di solito li studiamo accuratamente come bellissime conchiglie trovate sulla spiaggia, senza più il mollusco che le abitava. Vorrei parlarvi di uno di questi rari libri, scritto in inglese da un italiano, Antonio Foscari, e pubblicato da un editore svizzero, Lars Müller. Si intitola Tumult and Order. Malcontenta 1924-1939 ed è dedicato a quindici memorabili anni della vita di una delle più belle ville di Palladio, villa Foscari, detta Malcontenta. È una storia di morte e di resurrezione, in cui i protagonisti sono insieme una eccentrica comunità di eletti e le mura secolari che li ospitarono.
Ma dobbiamo partire da una fotografia. Nel 1909, lo storico dell'arte austriaco Fritz Burger pubblica a Lipsia un pionieristico studio sulle ville di Andrea Palladio. Le immagini che accompagnano il testo sono preziose, perché riprendono per la prima volta molte delle ville localizzate nella campagna veneta, e documentano uno sconcertante stato di abbandono. In particolare villa Foscari, nel libro di Burger, appare spettrale, priva di porte e finestre e persino di una delle due maestose scalinate esterne. Eppure si tratta di una delle più magnificenti ville palladiane, costruita per i due fratelli Foscari alla metà degli anni Cinquanta del Cinquecento, dieci anni prima della Rotonda. Come la villa vicentina è costruita appena al di fuori il perimetro urbano, così Malcontenta è realizzata al margine della laguna che circonda Venezia. Entrambe non sono ville-fattorie, baricentri della azienda agricola, ma ville suburbane, luoghi più per la meditazione che per il lavoro. Probabilmente per questo esse condividono una marcata connotazione antiquaria. Nella Rotonda riecheggia il leggendario Mausoleo di Alicarnasso e villa Foscari è costruita pensando al piccolo tempio alle sorgenti del Clitumno, presso Spoleto, a cui aveva guardato anche Alberti per la chiesa di San Sebastiano a Mantova. Appena costruita villa Foscari era un edificio talmente eccezionale da poter ospitare nel 1574 il nuovo re di Francia, Enrico III in transito attraverso i territori della Serenissima. Ma alla fine dell'Ottocento, crollati l'oratorio, la foresteria, e le terrazze che si erano aggregati nei secoli successivi, il corpo della villa era un volume isolato, utilizzato come granaio (quando lo fotografa Burger), poi come deposito militare durante la prima guerra mondiale, e infine tristemente abbandonato a se stesso.
È a questo punto che comincia la singolare storia raccontata da Antonio Foscari. Siamo nella primavera del 1924 e di fronte alla villa transitano due viaggiatori. Entrano, vagano per le sale vuole e spoglie, se ne innamorano, la acquistano, la restaurano secondo una peculiare sensibilità e ne fanno il palcoscenico (e la protagonista) di un happening che sarà interrotto solo dallo scoppio della seconda guerra mondiale, a cui parteciperanno l'upper class cosmopolita europea ed esponenti di punta delle avanguardie artistiche.
A comprare la villa è Albert "Bertie" Landsberg, brasiliano di passaporto ma inglese di educazione. Ad abitarla con lui è la famiglia non convenzionale che si era formata a Parigi, di cui fanno parte il suo compagno, Paul Rodocanachi, conosciuto cadendo da cavallo sul Bois de Boulogne, e Catherine, moglie del barone d'Erlanger. Tutti provengono da famiglie di origine ebraica che hanno consuetudine con ricchezza e l'arte. Se dovevano farsi ritrarre, gli autori erano Picasso o Matisse, se collezionavano arte antica erano Las Pinturas Negras di Goya che il suocero di Catherine donò al Prado. Rodocanachi, architetto dilettante, frequentava Jean-Michel Frank (il cui sublime pauperismo nel disegno dei mobili era qualcosa «che pochi al mondo possono permettersi») e Diego Giacometti. La baronessa d'Erlanger era familiare con Proust, Paul Morand e Bergson. Foscari ci racconta come, acquisita la villa, il terzetto subito si trasferisca da Parigi, vi si insedi e avvii un restauro guidato da una sensibilità artistica acutissima e un rispetto assoluto verso la materia originaria dell'edificio. Non viene intrapreso alcun intervento radicale di rifacimento, in controtendenza rispetto all'Italia del tempo, che negli stessi anni discuteva come completare in stile la palladiana Loggia del Capitaniato a Vicenza. Nella Malcontenta un raffinato tappeto strategicamente collocato a coprire una lacuna è preferito al rifacimento del prezioso pavimento originale palladiano. Le sale sono tenute il più possibile sgombre, per consentire di cogliere al meglio la armonia degli spazi, e i pochi semplici mobili, disegnati da Rodocanachi, sono realizzati dal falegname del villaggio. La sera tutto avviene a lume di candela, perché la luce elettrica entrerà in villa solo nel 1949. Il recupero degli affreschi, celati sotto uno strato di pittura bianca, diventa una avventura intellettuale dove gli interlocutori sono Rudolf Wittkower e Kenneth Clark, e la progressiva svelatura è effettuata dai padroni di casa e dai loro ospiti. La villa tornata alla vita è infatti frequentata dallo sciame cosmopolita di artisti e aristocratici che si muovono fra Parigi, Londra e Venezia, e ospita Misia Sert, la madame Verdurin di Proust, Le Corbusier a caccia di incarichi in Brasile, Sergej Djagilev e dei suoi Balletti Russi, Cole Porter e Arthur Rubinstein, ballerini come Serge Lifar, scenografi come Oliver Messel, politici come Winston Churchill, fotografi come Cecil Beaton.

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