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Questo articolo è stato pubblicato il 27 agosto 2012 alle ore 15:29.

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Sin da bambino sono stato affascinato dal cinema, influenzato dalla passione che mio padre aveva per la fotografia e per i film. Ho cominciato a ridere e a piangere con le immagini e le storie di Charlie Chaplin, di Buster Keaton, di Harold Lloyd; ho conosciuto la storia e il mondo attraverso i grandi film di Fritz Lang, di Eric Von Stroheim, di John Ford, di John Huston, di Renoir, di Carné, di Clair, di Camerini, Blasetti, Genina; e poi il cinema musicale di Hollywood; e il cinema civile americano degli anni '50, e Kazan, Dassin, Aldrich, Wise, e poi Billy Wilder, Hitchcock.

Più tardi, abbandonati gli studi di Giurisprudenza, mi misi subito a lavorare come capitava, radio, teatro, piccole parti in film, partecipazioni come apprendista e collaboratore a sceneggiature. Erano anni molto fervidi quelli subito dopo la guerra: il cinema italiano con il neorealismo rivoluzionava il modo di fare cinema affermando un bisogno di verità che corrispondeva a una esigenza morale prima che estetica.
Un bisogno di verità che si accompagnava al desiderio di conoscenza della realtà del Paese, e al profondo movimento di volontà di ricostruzione materiale e morale dell'Italia che usciva distrutta dalla guerra. Il cinema seppe farsi subito interprete dell'esigenza di far parlare i fatti, di trasferire la realtà dalle strade, dalle case, dalle facce vere della gente allo schermo, in modo che lo spettatore ritrovasse senza artifici le passioni, i dolori, le speranze di ogni giorno. L'occhio della macchina da presa scese per le strade, entrò nelle case, diede voce alla gente comune facendola diventare personaggio, mescolando in una miracolosa combinazione attori improvvisati ad attori professionisti.

Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero di Rossellini, Sciuscià e Ladri di biciclette di De Sica, La terra trema di Visconti furono i primi film che riuscirono a rappresentare il rinnovato rapporto che si andava formando tra l'uomo e la società, con la scoperta della vita reale di ogni giorno da vivere secondo gli ideali di libertà, di giustizia e di progresso, dopo vent'anni di propaganda fascista che quei valori aveva soffocato. Ho avuto fortuna nel fare, come prima esperienza di aiuto regista, l'assistente di Luchino Visconti, un grande artista che mi ha insegnato tutto quello so. Era il 1947, il film era La terra trema. Ho creduto sempre nella funzione di denuncia e testimonianza esercitata da un film. I miei film rappresentano l'Italia della mia esistenza, del mio crescere e del mio maturare come uomo, come cittadino e come narratore. E anche il mio malessere in un sistema che non riesce a dare risposte soddisfacenti ai mali di cui è ammalato. Ho chiamato il pubblico a farsi responsabile interlocutore dello schermo e a non restare spettatore passivo.

Nel 1961 fui tentato dall'affrontare un discorso sul cadavere di un giovane bandito diventato il nemico dello Stato italiano, morto in un conflitto a fuoco con le Forze dell'ordine secondo la versione ufficiale, in verità ucciso a tradimento per opera della mafia e consegnato morto allo Stato nel quadro della collusione tra il potere politico, quello delle istituzioni e quello della mafia. Nacque cosi Salvatore Giuliano. Nel mio film, raccontato con il metodo dell'inchiesta e con una libertà di scrittura innovativa che accostava gli avvenimenti in ragione di ciò che significavano, più che per l'ordine cronologico in cui erano successi, la denuncia significò innanzitutto la conoscenza di fatti e di uomini. Erroneamente alcuni parlarono di cinema documentario, e con questo pretesto il film fu respinto dalla Commissione di selezione della Mostra di Venezia, mentre poi venne premiato a Berlino.

Non era cinema documentario, bensì scrupolosamente documentato al fine di restituire verità e far riemergere emozioni. Penso che quel rifiuto fu una scusa per non avere noie ammettendo in concorso un film scomodo: Salvatore Giuliano aveva affrontato il primo grande mistero italiano. Oggi la Mostra del cinema di Venezia mi tributa il Leone d'oro alla carriera: è per me e per tutta la mia filmografia un riconoscimento importante e ne sono orgoglioso.

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