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Questo articolo è stato pubblicato il 02 settembre 2012 alle ore 08:14.

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Secondo l'immagine tradizionale, i filosofi sono studiosi calmi e distaccati, ma in realtà non disdegnano affatto il conflitto, almeno quello intellettuale. Anzi, la comunità filosofica è forse l'unica in cui il disaccordo è di fatto considerato un valore. E dico "di fatto", perché ufficialmente tutte le dispute filosofiche mirano al raggiungimento della verità e dunque dell'accordo; però, ogni volta che i filosofi si accordano effettivamente su una questione, quella questione perde, ai loro occhi, ogni interesse. Detto altrimenti: una tesi filosofica è rilevante finché qualcuno la contesta (dopo discussioni millenarie, quale filosofo argomenterebbe oggi che il vuoto esiste, che la schiavitù è moralmente illecita o che il mondo non è necessariamente euclideo?). Insomma, la filosofia è intrinsecamente conflittuale. E questa è forse una delle ragioni principali in cui i suoi adepti tendono a dividersi in scuole, l'una contro l'altra armate.
Solitamente le scuole filosofiche si caratterizzano per la fedeltà a una tesi fondamentale, sostantiva e controversa, contro cui si schierano con gran fervore una o più scuole avversarie. Così gli empiristi magnificano l'idea che tutta la conoscenza derivi, direttamente o indirettamente, dall'esperienza sensoriale, con gran scorno dei razionalisti, proclamatori della conoscenza a priori e innata. Gli spiritualisti decantano la realtà immateriale, ma sono irrisi dai materialisti secondo i quali, di là della materia non c'è proprio nulla da decantare. E così via, con tutte le scuole filosofiche, ognuna devota verso la propria tesi societaria e avversa a quelle altrui. Ma la filosofia analitica? Quale tesi accomuna i filosofi che appartengono a questa scuola?
Qualche anno fa, Michael Dummett tentò una risposta, sostenendo che la filosofia analitica si caratterizza per la tesi della priorità del linguaggio sul pensiero. Peccato che, alla luce di questa definizione, molti filosofi che si considerano analitici verrebbero estromessi dalla scuola (per esempio, parecchi tra quelli che indagano la dimensione cognitiva della mente), mentre ne verrebbero arruolati altri che analitici non si sentono affatto. Ma l'insuccesso di Dummett non è casuale: nessun tentativo di individuare la tesi caratterizzante della filosofia analitica è mai riuscito. Non è una tesi che caratterizza questa scuola filosofica, ma una serie di «somiglianze di famiglia» sul piano del metodo, dei temi, della letteratura di riferimento e degli scopi. Un buon modo per saperne di più è di giocarsi le ferie residue andando, dall'11 al 15 settembre, ad Alghero, dove si terrà un grande convegno che celebrerà il ventennale della «Società italiana di filosofia analitica» (Sifa).
Provenienti da trenta nazioni e cinque continenti, e selezionati con referaggio anonimo, in quei giorni convergeranno nella splendida città sardo-catalana duecentotrenta discendenti di Frege e Russell. Il convegno, che si terrà nei locali dell'Università di Sassari, inizierà con una relazione della filosofa catalana Genoveva Martì, presieduta da Massimo Dell'Utri che farà gli onori di casa, mentre la mattina del 12, Diego Marconi terrà la relazione per il ventennale della società. I lavori procederanno poi alternando altre tredici relazioni invitate con undici sessioni parallele, che copriranno numerose aree tematiche.
Tra i relatori, molti filosofi italiani che – come Maria Rosa Antognazza, Elvio Baccarini, Roberto Casati, Pieranna Garavaso e Stefano Predelli – insegnano all'estero, in alcuni dei migliori centri accademici mondiali, dal King's College all'Institut Jean Nicod, dalla Columbia University alla Sorbona (ennesimo segno, se mai ce ne fosse bisogno, che per trovare una degna collocazione troppe tra le migliori intelligenze italiane sono costrette a emigrare). Chiuderà i lavori Paul Boghossian, della New York University, uno dei maggiori filosofi analitici contemporanei. Ma il convegno avrà anche un ghiotto antipasto: un workshop (sponsorizzato dal Labont di Torino) dedicato a uno dei temi caldi della discussione filosofica internazionale, ossia la questione del realismo, cui parteciperanno Achille Varzi, Marco Panza, Maurizio Ferraris e Petar Bojanic.
Quando, nel 1992, dieci docenti universitari, dotati di molto ottimismo, fondarono la Sifa, in Italia ben pochi sapevano dell'esistenza della filosofia analitica e molti meno la praticavano. Quei dieci docenti, però, videro giusto, e con loro Il Sole 24 Ore-Domenica che li prese sul serio fin dall'inizio: in due decenni le cose sono molto cambiate e oggi gli iscritti alla Sifa sono più di cinquecento e di filosofia analitica si discute ormai comunemente sia nelle aule universitarie sia sui giornali. E tuttavia su questa scuola filosofica circolano ancora troppi luoghi comuni. Critici poco edotti affermano, per esempio, che la filosofia analitica è un frutto poco saporito della cultura anglo-americana, diffusosi in Europa con la stessa capacità virale della Coca Cola e del chewing-gum. Peccato che molti dei padri fondatori di questa scuola, da Frege a Wittgenstein, da Carnap a Schlick, da Reichenbach a Hempel, provenissero dall'Europa continentale.
Altri commentatori, concentrati in alto numero nei nostri maggiori quotidiani, sostengono che nei saggi degli "analitici" si paleserebbe una concezione degenerata della filosofia: non più riflessione di portata generale sui più urgenti problemi intellettuali ed esistenziali, ma indagine iperspecialistica e miope, lontana dalle questioni autenticamente importanti. In questo caso basterà leggere qualche saggio di Nagel o di Putnam, di Williams o di Nussbaum, di Dennett o di Searle per capire che, sul tema, quei commentatori hanno poche idee ma parecchio confuse. Ma va detto che negli ultimi anni la filosofia analitica è molto cambiata e si è aperta a nuove frontiere.

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