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Questo articolo è stato pubblicato il 01 ottobre 2012 alle ore 21:14.

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Palladio trova casaPalladio trova casa

Si può fare un museo di architetture senza essere il sultano Mehmet II, che nel Quattrocento faceva costruire un padiglione persiano e una loggia italiana all'interno del palazzo di Topkapi? Direi di no, ma a Vicenza la settimana prossima apre un museo su un architetto, vale a dire un luogo dove si racconta come un uomo, Andrea Palladio, abbia concepito, realizzato e comunicato le proprie opere (a oggi ne sono censite 187, fra realizzate e rimaste allo stato di progetto).

Si chiama Palladio Museum, due parole che non hanno bisogno di traduzione su internet, ma che fondano la propria identità nel mondo antico greco e latino, tanto che nel disegno del logo è rimasta la memoria del dittongo della scrittura «musaeum». Non è il mausoleo di un eroe morto, è piuttosto un luogo dove far crescere una cultura dell'architettura, lontano dalle ciniche logiche della professione, che consumano saperi senza produrne di nuovi. Il Palladio Museum lavora su Palladio, ma senza "attualizzarlo", e men che meno proporlo come modello formale per l'oggi. Indaga il passato con gli strumenti della filologia e attenzione ai contesti, indispensabili per cercare di comprendere un mondo sfumato e lontano, e al tempo stesso vicinissimo e molto concreto, ogni volta che camminiamo fra palazzi, ville o chiese costruite secoli fa. La missione del Palladio Museum è leggere alla radice temi e concetti significativi anche nel nostro presente, rappresentandoli e discutendoli con l'orizzonte di creare una piattaforma culturale per l'architettura di domani.

Il progetto del Palladio Museum ha radici che risalgono al 1958 quando Antony Blunt, André Chastel, Ludwig Heydenreich, Rodolfo Pallucchini, Rudolf Wittkower e Bruno Zevi fondarono a Vicenza il Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio. Nell'Europa uscita dalla guerra da poco più di un decennio, la volontà comune fu creare un centro di ricerca sulla storia dell'architettura dove la comunità internazionale degli studiosi potesse incontrarsi e lavorare insieme, nella costruzione di una disciplina in grado di precisare un proprio statuto autonomo rispetto alla storia dell'arte e di prescindere dalle "scuole" nazionali. La scelta di Vicenza era resa ovvia da Palladio, divenuta possibile grazie alla capacità di visione dei politici locali (che avevano dovuto misurarsi con la ricostruzione di un patrimonio devastato dalle bombe), e resa concreta dall'energia di un giovane professore, Renato Cevese. Nei decenni successivi, con l'ingresso di studiosi come James Ackerman, Arnaldo Bruschi o Manfredo Tafuri al focus palladiano andò a integrarsi l'intero Rinascimento e progressivamente la storia del l'architettura di ogni tempo, tanto che oggi lavorano insieme ispanisti come Fernando Marias, modernisti come Jean Louis Cohen, restauratori come Mario Piana, specialisti di architettura islamica come Gülru Necipoglu o archeologi come Pierre Gros.

Attraverso l'hardware del Palladio Museum sono questi studiosi, raccolti nel Centro palladiano, a mettere a punto il software per raccontare a un largo pubblico le proprie ricerche, nel mentre si stanno svolgendo: così come al Page Museum di La Brea, a Los Angeles, i paleontologi analizzano davanti agli occhi dei visitatori i frammenti di dinosauri estratti dalle adiacenti pozze bituminose. I gruppi di studiosi lavorano su progetti di ricerca che diventano i temi delle stanze del museo, ognuna delle quali viene modificata ogni anno sulla base di una programmazione triennale. Per questo primo anno, i progetti di ricerca hanno riguardato la comunicazione, la tecnologia, il rapporto con l'economia e con il paesaggio, il disegno di organismi complessi. Essi sono temi chiave per Palladio. Sono però al tempo stesso temi di un'agenda contemporanea.

Come si racconta il cervello di Palladio mentre progetta il presente (e il futuro) del mondo intorno a sé? Innanzitutto attraverso i disegni autografi, che più di una volta sono il tracciato del suo encefalogramma e registrano pensieri, alternative, delusioni o fughe in avanti. All'interno del Palladio Museum sono esposti in forma permanente – anche se a rotazione per ragioni conservative – i fogli originali dove Palladio tracciò i propri progetti, conservati a Londra da quasi quattrocento anni e che ritorneranno progressivamente in Italia per essere studiati ed esposti grazie a un accordo con il Royal Institute of British Architects. Del resto è proprio la centralità del disegno, inteso come strumento di progetto, ma anche di conoscenza di quanto costruito o di restituzione di quanto non realizzato una delle conquiste irrinunciabili della moderna storia dell'architettura nata al Centro di Vicenza. Naturalmente i disegni antichi sono integrati da tutto ciò che oggi ci facilita la comprensione dei processi mentali palladiani e delle sue realizzazioni (necessariamente esterne al museo), siano video o multimedia, fotografie o modelli tridimensionali, fisici e digitali. E non va trascurata l'opportunità, unica, che il Palladio Museum sia all'interno di un'opera originale di Palladio, Palazzo Barbarano, l'unico che egli riuscì a vedere concluso (a prezzo della bancarotta del committente).

Per dare voce anche ad altri aspetti della cultura architettonica, un'ala del Palladio Museum è destinata alle mostre temporanee e si comincia con «Genealogie/Genealogies» (fino al 31 marzo 2013), realizzata in collaborazione con il Canadian Centre for Architecture di Montreal dai cui archivi è emersa una campagna fotografica realizzata nel secolo scorso fra Africa e America del Nord dal grande fotografo Max Belcher. Essa racconta il palladianesimo inconsapevole degli schiavi neri liberati dalle piantagioni del South Carolina che, rimandati in Africa dai filantropi, ricostruirono in legno e lamiere le ville neo-palladiane dei propri padroni. Un viaggio nel tempo pensando che Vitruvio pone la capanna a modello della forma del tempio in pietra, il cui frontone triangolare divenne la caratteristica delle ville palladiane, ritornate capanne templari nel doppio attraversamento dell'Atlantico.

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