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Questo articolo è stato pubblicato il 08 ottobre 2012 alle ore 22:03.

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Nel fermo immagine preso da Canale 5, Adriano Celentano nella parte iniziale della sua esibizione all'Arena di Verona nello spettacolo "Rock Economy" (Ansa)Nel fermo immagine preso da Canale 5, Adriano Celentano nella parte iniziale della sua esibizione all'Arena di Verona nello spettacolo "Rock Economy" (Ansa)

Le invettive contro la politica e l'economia imperanti ci sono eccome, ma il primo dei due live all'Arena di Verona di Adriano Celentano sembra soprattutto un viaggio in cinquanta e più anni di carriera del Molleggiato nazionale. Dopo un'anteprima con mini-sermone affidato alla voce fuori campo di Adriano che torna a ripudiare la guerra e l'abbandono della terra per il cemento, «Rock Economy» ha inizio con l'attore Valerio Amoruso e la giornalista del Tg5 Cristina Biachino che leggono brani tratti da scritti di Jeremy Rifkin e Serge Latouche.

Il primo è conosciuto per il suo forte impegno ambientalista e per avere teorizzarizzato la civiltà dell'empatia, che si fonderà sulla capacità di immedesimarsi nello stato d'animo o nella situazione delle altre persone; il secondo per i suoi lavori di antropologia economica e per le sue teorie sulla decrescita economica. Le due voci inneggiano insomma alla «decrescita» e sentenziano: «La felicità non può essere quantificata col prodotto nazionale lordo». E ancora «dovremmo volere una società in cui l'economia non è il fine ultimo della vita».

Si apre il monumentale portone della scenografia, Adriano entra con in testa un cappello che sembra preso in prestito a sua figlia Rosita e, tra i fumi del ghiaccio bollente, intona «Svalutation». Che altro sennò? Un rock and roll intuitivo e tuttologico che suona maledettamente attuale. Poi è la volta di «Rip it up», la cover di Little Richard che faceva parte del suo repertorio ai tempi degli esordi del Palaghiaccio e resta immortalata ne «La dolce vita» di Federico Fellini. Tra il pubblico gongolano intanto i facciotti divertiti dei vari Paolo Bonolis, Gigi D'Alessio ed Eros Ramazzotti.

Vengono i brividi quando il ruggito del Molleggiato nazionale indugia sulle note di «Si è spento il sole». Come dire: gli anni Sessanta proprio non ne vogliono sapere di abbandonarci. Ma c'è spazio anche per il presente, per le produzioni più recenti di Adriano, come «La cumbia di chi cambia», aperta da esplosioni e siparietti con figuranti e membri dell'orchestra. Lo stesso pezzo che all'ultimo Sanremo causò un putiferio. Prima accennato, poi eseguito. Quindi la dedica «al mio amico Gianni Bella che con un altro amico, Mogol, hanno fatto tanti successi».

Tocca infatti a «L'emozione non ha voce», il cui testo è stato scritto dallo stesso paroliere di fiducia di Lucio Battisti, presente tra il pubblico. Viene il turno di «Io sono un uomo libero», brano scritto da un altro spettatore illustre, Ivano Fossati, giudicato «difficile» dall'Adriano nazionale «perché con un piede devo segnare il levare del tempo e con l'altro il battere». E Allora Adriano canta seduto. La forma fisica non sarà uguale a quella dell'ultima volta live di 18 anni fa. La grinta però è la stessa. Ascoltare «Pregherò» - dedicata al «ragazzo» Paolo Bonolis - per credere.

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