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Questo articolo è stato pubblicato il 21 ottobre 2012 alle ore 08:39.

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sca Rigotti
La filosofia si è da sempre interessata al tema dell'essere, anzi è la scienza dell'essere e dell'essenza. Ma come la mettiamo con la sorella povera, di bassa collocazione, la scienza dell'avere, che a differenza della sorella altolocata chiamata ontologia, non ha nemmeno un nome?
Ecco, è al tema dell'avere, inteso come uno dei concetti elementari del pensiero, che è dedicato questo saggio interessante e avvincente, profondo quanto faceto nonché dannatamente ben scritto, del grande romanista tedesco Harald Weinrich, ben noto al pubblico italiano per i suoi studi sull'oblio, sul tempo eccetera. "Avere" dunque come una delle dieci categorie di base sulle quali si articola tutto il pensiero, secondo la costruzione elaborata da Aristotele nell'opera intitolata appunto Le categorie. Sotto la prima categoria, essere, cade tutto ciò che esiste: è il tema della metafisica e dell'ontologia che gode oggi di rinnovata fortuna sotto l'egida del nuovo realismo. L'ousia (dal verbo greco einai, essere) o essenza è una specie di categoria nobile, superiore a tutte le altre. Mentre la hexis (dal verbo greco echein, avere: in italiano "avenza"?) è presentata da Aristotele nella forma di un elenco un po' dimesso di possibili usi linguistici del termine: avere una disposizione o qualità, un'unità di misura quantitativa, una parte del corpo, un capo di abbigliamento, una casa, un terreno, una donna.Che cosa fa invece Weinrich nel suo tentativo di prestare attenzione a questa categoria così poco valutata e mal attrezzata metafisicamente? Va alla ricerca di diverse modalità dell'avere e le presenta in trentatrè visioni (Ansichten), raggruppandole a modo suo per discipline: filosofia, antropologia, linguistica, ma anche ragioneria e computisteria (la partita doppia: dare e avere), storia, letteratura, diritto e poesia. Il lettore si trova davanti agli occhi trentatrè gradevolissimi quadretti, quasi diorami di un museo dell'avere nel quale sono ricostruiti e illuminati da ogni direzione usi mentali e impieghi linguistici e culturali di tale categoria.
Tutto ciò senza alcuna pretesa moralistica da parte di Weinrich, e per fortuna, anche se è ricordato, nel diorama 6, Eric Fromm, l'autore di Essere o avere? (1976), che metteva senza esitare l'essere dalla parte del bene, l'avere da quella del male. Fromm non è certo l'unico ad aver mostrato una certa diffidenza nei confronti dell'avere, come ben notava il filosofo francese Gabriel Marcel (diorama 5). La filosofia ha sempre avuto l'avere in sospetto, come se si trattasse di un'idea impura, come se ci fosse in esso una punta di materialità e di interesse di troppo, che sarebbero invece estranei all'essere, come pensava Aristotele e come convalida in un certo senso Hegel quando, in una lezione di filosofia del diritto dell'inverno 1821/22, formula – ci ricorda Weinrich – la seguente frase: «La prima condizione di un cittadino è di essere una persona e di avere una proprietà privata».
Nel gioco dei diritti umani primari Armando Massarenti, curatore di queste pagine, risponde, a esplicita richiesta, che per lui il primo diritto è quello di poter possedere, avere proprietà privata. Io mi permetto di rispondere – non solo non richiesta, ma rivelando pure un certo attaccamento malsano alla posizione aristotelico-hegeliana – che per me il primo diritto è quello di essere una persona uguale alle altre; diritto che io vedo prioritario a quello dell'avere della proprietà privata perché quell'eguaglianza mi garantisce anche il diritto di proprietà che qualche fondamentalista potrebbe sempre pensare di non attribuirmi in quanto donna, dunque non uguale. I diritti umani sono diritti dell'avere, spiega Weinrich (diorama 33) sulla base della Dichiarazione di indipendenza americana nonché della Dichiarazione francese dei diritti dell'uomo e del cittadino, ma prima ancora dell'Habeas corpus act, la legge emanata dal parlamento inglese nel 1679 a protezione dei cittadini tratti in arresto. Tu avrai il corpo davanti al giudice, cioè sarai presente al tuo giudizio: le autorità potranno arrestarti e giudicarti ma soltanto a precise condizioni, perché ogni cittadino del paese ha diritto alla libertà individuale.
Questa e altre bollicine di pensiero fa scaturire il libro di Weinrich (annata 1927) che è incredibilmente vivace, fresco e scoppiettante, e va a infrangere con allegria e ironia i pregiudizi giovanilisti che albergano in certi settori un po' fatui della società.
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Harald Weinrich, Über das Haben. 33 Ansichten, München, C.H. Beck, 2012, pagg. 208.

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