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Questo articolo è stato pubblicato il 18 novembre 2012 alle ore 08:14.

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Capita spesso che un autore scriva: «Nelle prossime quattrocento pagine ci sarà sicuramente qualche mia affermazione falsa» (per poi aggiungere «ogni responsabilità è mia e non di coloro che gentilmente mi hanno aiutato nella stesura del testo»). Un dubbio generale di questo tipo, tuttavia, è di fatto irrilevante ai fini del lavoro del nostro autore. Esso non ci fa capire quale determinata affermazione all'interno del suo libro sia falsa, dal momento che segnala semplicemente che «qualche mia affermazione» è falsa. Un dubbio del genere, dunque, non fornisce alcuna indicazione su come il libro potrebbe essere migliorato. Lo stesso vale per il dubbio cartesiano. Se penso che ognuna delle mie credenze possa essere falsa, ma non ho ragione di dubitare di alcuna di esse in particolare, non c'è motivo di rimetterle in discussione e ciò non migliorerebbe lo stato della mia ricerca sul mondo.
Il genere di realismo a mio parere più credibile trova la migliore formulazione in una convergenza tra l'idea kantiana dell'«idealismo trascendentale» (senza impegno alcuno verso la Ding an sich o «cosa in sé») e un particolare tipo di pragmatismo che si può ricollegare a un fondamentale saggio di Charles Sanders Peirce, intitolato Il fissarsi della credenza.
Si tratta di un realismo che, ispirandosi a Kant, rinuncia a quello che Hilary Putnam chiama «realismo metafisico» e che in epoca precedente sarebbe stato probabilmente chiamato «realismo trascendentale» e che, ispirandosi al pragmatismo, rinuncia al fallibilismo dell'epistemologia cartesiana.
Un'epistemologia, questa, che ha per conseguenza una «concezione assoluta della realtà», mentre un realismo pragmatista coerente con l'idealismo trascendentale kantiano è una combinazione metafisico-epistemologica che si oppone a questa eredità cartesiana.
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