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Questo articolo è stato pubblicato il 22 novembre 2012 alle ore 08:16.

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Al Torino Film Festival torna protagonista il cinema di Joseph LoseyAl Torino Film Festival torna protagonista il cinema di Joseph Losey

Autore di un cinema colto, sottilmente ambiguo e metaforico, ispirato alla letteratura e all'opera lirica: si può così riassumere la figura di Joseph Losey, regista americano a cui sarà dedicata una retrospettiva completa al Torino Film Festival 2012 (in programma da venerdì 23 novembre a sabato 1 dicembre) comprensiva di 37 opere tra corti e lungometraggi.

Nato nel 1909 a La Crosse nel Wisconsin, cresce in un ambiente puritano molto sensibile all'arte e, in particolare, alla musica. Durante gli anni del liceo si dedica alla lettura di classici europei, Balzac e Proust in primis, per i quali nutre una vera e propria venerazione.

All'inizio degli anni '30 si sposta a New York dove incontra John Hammond, la cui influenza lo avvicina all'impegno politico e al teatro.

Il suo primo corto cinematografico è del 1939 («Pete Roleum and His Cousins»), ma il successo arriva grazie al palcoscenico, con l'allestimento a Los Angeles nel 1947 del «Galileo» di Brecht, curato dallo stesso autore e interpretato da Charles Laughton.

L'anno successivo esordisce al lungometraggio con «Il ragazzo dai capelli verdi» (1948), a cui faranno seguito «Linciaggio» (1949) e «M» (1951), remake del celebre film di Fritz Lang del 1931.

Costretto ad abbandonare gli Stati Uniti all'epoca del maccartismo (Losey aveva simpatie comuniste e, mentre si trovava all'estero, venne richiamato in patria a testimoniare di fronte al Comitato per le attività antiamericane), decide di autoesiliarsi in Gran Bretagna, dove trova l'ambiente ideale per esprimere la sua personalità artistica.

Il suo esordio inglese, «La tigre nell'ombra», incontra però notevoli difficoltà produttive: il film non porta il suo nome, ma uno pseudonimo (Victor Hanbury) poiché gli interpreti temevano di finire sulla lista nera di Hollywood.

Con l'avvento degli anni '60, il suo cinema diventa sempre più angosciante e claustrofobico: gli spazi chiusi, come metafora della condizione esistenziale dell'uomo, sono i veri protagonisti di «Giungla di cemento» (1960), «Hallucination» «(1963) e «Per il re e per la patria» (1964).

Altro tema costante nella sua opera è quello dei rapporti di classe, in particolare per quanto riguarda i riti, gli artifici e le frustrazioni derivanti dalle convenzioni sociali: emblematica in questo senso la celebre "trilogia" sceneggiata da Harold Pinter, con cui Losey raggiunse i risultati più importanti della sua carriera.

La loro prima collaborazione porta alla nascita de «Il servo» (1963): un'accurata esplorazione psicologica sui personaggi e i nutriti significati simbolici danno vita a un titolo memorabile, con protagonisti Dirk Bogarde e James Fox.

Il rapporto professionale tra i due prosegue con «L'incidente» (1967), lucida parabola sui conflitti sentimentali ambientata all'interno dell'università di Oxford, e con «Messaggero d'amore» (1970), dove affronta gli aspetti negativi della mentalità inglese del primo ‘900 e ribadisce senza compromessi le proprie idee radicali. Proprio «Messaggero d'amore» gli valse il riconoscimento più prestigioso: la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

Negli anni '70 lavora sempre più per sottrazione, costruendo la messa in scena sui vuoti e sulle sospensioni: è questo il caso di «Una romantica donna inglese» (1975) o di «Don Giovanni» (1979), la trasposizione dell'omonima opera di Mozart.

Il palcoscenico è qui sostituito da Venezia e dalle ville del Palladio, ma gli attori sono cantanti che mitigano solo in parte la gestualità plateale tipica della lirica: un'insolita unione di realismo e teatralità che suscita ancora oggi reazioni contrastanti.

La sua ultima fatica è «Steaming » (1985), dove un gruppo di donne londinesi si rifugiano in un bagno turco per sfogarsi delle amarezze quotidiane. Losey non riuscirà mai a vederne la resa finale: durante la prima fase di montaggio, il 22 giugno 1984, si spegne a Londra, la città che lo accolse quando gli Stati Uniti decisero di fare a meno di lui.

Per celebrarlo al meglio, a Torino saranno presenti Patricia Mohan Losey, vedova dell'autore e sua collaboratrice durante la seconda parte della carriera, e Marek Losey, il nipote, a sua volta regista, del quale verrà presentato il lungometraggio d'esordio, «The Hide», del 2008.

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