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Questo articolo è stato pubblicato il 23 novembre 2012 alle ore 08:02.

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La prima volta che David Grossman e Philip Roth parlarono di Bruno Schulz erano a casa di Roth. Roth raccontò a Grossman di quando Isaac B. Singer gli aveva rivelato l'esistenza di un autore più kafkiano di Kafka: il giovane Philip si era rifiutato di credere a una simile bestemmia finché non aveva cominciato Le botteghe color cannella rimanendone folgorato. Con il giovane David, invece, i critici si complimentavano sottolineando che il suo stile ricordava quello di Schulz. Lui annuiva, felice e imbarazzato: in realtà non l'aveva mai letto. È Grossman a rievocare la serata («Sì, proprio quello stereotipo là: scrittori ebrei che parlano di altri scrittori ebrei mangiando brodo di pollo») mentre inaugura, a Drohobycz, il quinto festival internazionale su Schulz.

Reprimo la tentazione di alzare la mano per chiedere la ricetta del brodo di Roth e intanto sul palco salgono anche il polacco Adam Michnik e il russo Viktor Erofeev. Un ospite ebreo, un'anima varsaviana e un'intrusione moscovita: il trio riassume l'essenza di una regione austroungarica, poi polacca, quindi sovietica e infine ucraina ma che in fondo non è mai stata altro che la Galizia Orientale, luogo di convivenze pacifiche e pogrom selvaggi, campi di girasoli e chiese in legno, acque termali e mercati colorati. Ebreo polacco di madre tedesca, perciò galiziano doc, Bruno Schulz nacque, visse e morì nella manciata di strade del ghetto, che oggi non esiste più. Al suo posto c'è una piazza. Il traduttore finlandese delle Botteghe, nonché polaccofilo doc, mi spiega che in molte città dell'Est, vicino al centro, c'è uno slargo così. Nonostante qualche aiuola, una fontana, la statua di un eroe o di un poeta tirate su come riempitivo, il vuoto dei quartieri ebraici rasi al suolo dai nazisti resta nell'aria investendo il visitatore con l'onda d'urto del suo nulla.

MATURARE VERSO L'INFANZIA
Ospite d'onore è Alfred Schreyer, l'ultimo allievo di Schulz. Aveva vent'anni quando il suo insegnante del liceo fu ucciso e oggi è un arzillo novantenne che tiene un commovente discorso in memoria del maestro. La sera stessa si esibisce come vocalist in un concerto folk con l'Alfred Schreyer Trio. Canta per più di due ore in almeno quattro lingue, dall'yiddish all'ucraino, dal polacco al tedesco e chissà in quale altro dialetto, mescolando inni patriottici e ballate popolari, litanie nostalgiche e struggenti melodie romantiche. A metà concerto, con un gesto stizzito, scaccia il bastone a cui si era appoggiato fino a quel momento. Sono pazza di lui.

Non c'è studioso o artista che non abbia la sua versione su Bruno Schulz, ebreo esile e schivo che nei suoi racconti «maturava verso l'infanzia» e nei disegni esprimeva un erotismo cupo, masochista, eppure terribilmente ludico. E non c'è luogo di Drohobycz in cui non mi sembri di vederlo apparire: nella stanza del ginnasio dove insegnava, affacciato alle finestre della casa di famiglia, nel giardino della villa dove visse gli ultimi mesi, prigioniero del nazista Landau.

E soprattutto nell'angolo dove fu ucciso il 19 novembre 1942, mentre usciva dallo Judenrat stringendo una razione di pane. È lì che torno sempre, a fissare la targa sul marciapiede e i passi veloci delle persone. Di fronte c'è un bistrot che hanno voluto chiamare Bruno e l'ultimo giorno del festival io e l'illustratrice Ofra Amit entriamo a smaltire la tensione. Abbiamo appena presentato il nostro libro, ordino un caffè alla cannella e ripenso a quando, mentre parlavamo, il mio amato novantunenne è entrato in sala e si è seduto in prima fila tra il pubblico. «Ti rendi conto? C'era anche Schreyer! Che onore, che meraviglia». «Sì», risponde Ofra sforzandosi di assecondare il mio entusiasmo. Sento che mi tocca il momento crudele della verità. «È vero: russava. Però — aggiunge compassionevole — non credo, Nadia, che dovresti prenderla come un fatto personale».

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