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Questo articolo è stato pubblicato il 12 dicembre 2012 alle ore 08:23.

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Per ventun anni sono stato il segretario personale del più grande architetto paesaggista della nostra nazione, un uomo di cui avete quasi certamente sentito parlare. Se pure non ne avete sentito parlare, sarete stati seduti in uno dei parchi da lui progettati, a meno che non abbiate fatto in modo di evitare qualsiasi luogo pubblico, nel qual caso magari siete stati abbastanza fortunati da sedervi in uno dei numerosi giardini privati da lui creati, nella nostra magnifica città o lontano da essa, sulle colline o in qualche valle, all'interno o lungo il mare. E se facevate parte del lotto dei più fortunati, magari avete visitato il giardino che progettò per sé, sul terreno dei Tre Venti, uno dei giardini più affascinanti del mondo secondo studiosi ed esperti, alla pari di El Novillero e di Compton Acres. Se così fosse, allora probabilmente ci siamo anche incontrati, dato che ero io a ricevere gli ospiti nella mia funzione di segretario personale durante gli anni trascorsi a Tre Venti: accoglievo i nuovi arrivati nel salone, sempre fresco a dispetto di quanto potesse essere opprimente la calura all'esterno, o, se si fermavano per la notte, nella stanza degli ospiti. Lì lasciavo l'ospite in pace, in modo che si ristorasse dopo il viaggio, che potesse cambiarsi d'abito o riposarsi sulla poltrona di malacca. Passata una ventina di minuti mi ripresentavo con un bicchiere di limonata su un vassoio di rame ammaccato e l'invito a incontrarci nel patio a mezzogiorno e mezzo quando il più grande architetto paesaggista della nostra nazione avrebbe dato inizio alla visita personale dei terreni traboccanti di specie rare, tanto rare che ci si sarebbe dovuti inoltrare diversi giorni nel cuore della foresta per trovarle, e forse senza neanche riuscirci.

Alcuni degli alberi li aveva piantati da più di mezzo secolo. Quando muoio, soleva dire, ricordati di non spostare niente. Nemmeno le pillole sul comodino? domandavo. E va bene, rispondeva sempre, ma soltanto le pillole. Io sono un realista, un uomo terra terra! esclamava immancabilmente ad alta voce quando lo guardavo nel modo sbagliato. Mi sono costruito la casa con le mie mani, quindi non credo sia troppo chiedere che quando muoio i miei occhiali vengano lasciati dove li ho appoggiati io! Perché nutriva la speranza (ora schiacciata dalla storia, sul cui sentiero gli capitò di imbattersi) che Tre Venti divenisse un museo che avrebbe attirato una folla che si sarebbe innamorata della flora della nostra magnifica nazione, così come se ne era innamorato lui. Portava il suo fardello di rimorsi e rimpianti come chiunque altro – tanti dei suoi sogni non si erano mai avverati, e altri solo in seguito a molti compromessi – ma su quegli ettari di terreno, se non altro, tutto esisteva secondo il suo progetto, per quanto umanamente possibile: il resto era nelle mani della natura.

E la natura, come soleva dire, non è un'entità pacifica. Non è un vento leggero con il sole che sorge da dietro i monti, come i libri per bambini volevano che si credesse. Non è fatta di piccoli boccioli rosa, non è una rapsodia in verde. (Vi è mai capitato di notare che ciò che passa per verde in questo paese in realtà è nero? Un'infinità di foglie nere?) La natura è una faccenda crudele e piena di intrighi, mi diceva sovente quando ci trovavamo soli, il che capitava spesso. È aggressiva, e sorprendentemente mortifera. I più deboli vengono ammazzati, prima torturati e poi ammazzati, e i più forti si nutrono di putredine e marciume. Quindi non fatevi incantare da chi sostiene che tutto è pace, il vento tra le fronde e il canto dei grilli. I grilli sono soli; strofinano le ali su una vena dalla quale spuntano denti, nella speranza che altri della loro genia li trovino, per accoppiarsi o per scontrarsi. Non fatevi incantare da chi parla del canto dei grilli, o cita poesie sulle rose. Non voglio dire che i fiori non li si dovrebbe raccogliere per goderne la bellezza, mi limito ad osservare che il vostro raccoglierli e il vostro godimento fanno parte del loro disegno, non del vostro.

Non che si esprimesse sempre così. Dopo un buon pasto in presenza di amici poteva parlare per ore del ginkgo preistorico che preserva il ricordo dei dinosauri, delle bromelie che sopravvivono grazie a granuli di pulviscolo e gocce di umidità, o del giardino di muschio di Saihoji, il cui stagno è coperto da una membrana di alghe attraverso le quali la pioggia cade placida verso la propria morte. Poteva filosofeggiare sui giardini di Epicuro, oppure rendersi accattivante con resoconti delle proprie avventure nella foresta pluviale, o dei viaggi giovanili in Asia, dove aveva seguito il cammino di Basho fino ad Haguro. Dipendeva tutto dall'umore, che poteva venire capovolto come un calamaio pieno di inchiostro, dal quale si rovesciava tenebra. Negli ultimi anni non erano rimasti più molti amici. Ma all'inizio arrivavano da tutto il mondo, scrittori famosi, artisti, dignitari di ogni genere e specie, a godere del tour privato di Tre Venti e a firmare il libro degli ospiti, ornato di una nappa dorata.

Per ventun anni sono stato il segretario personale del più grande architetto paesaggista della nostra nazione. Sono stati anni bui nella storia del nostro paese, ma fuori il sole splendeva, come ha sempre fatto e sempre farà qui da noi. Dietro a porte sbarrate, negli scantinati, nei depositi merci, nei palazzi segreti il sole non splendeva, ma fuori splendeva sempre. Un giardino dipende dal sole. Un giardino è una composizione di luce, soleva dire, si deve pensare a come vi tramonterà il sole, a come vi sorgerà, da che direzione splenderà, come lo attraverserà, come ogni foglia si rivelerà o ne resterà oscurata.

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