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Questo articolo è stato pubblicato il 01 febbraio 2013 alle ore 11:29.

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Foto di Martina ZanicottiFoto di Martina Zanicotti

«Canta! Prendi in mano la tua arpa, vuota, svuotata e misera, sulle sue corde fini getta le dita pesanti come cuori, come cuori afflitti. Canta l'ultimo canto, canta degli ultimi ebrei in terra d'Europa». Primo Levi scrive del «moto di stupore ammirato, per la purezza e la forza di questa voce». È il Canto del popolo ebraico massacrato, poema in yiddish di Ytzvak Katzenelson, in scena a Rivoli domani. Così Yuval Avital, 35 anni, compositore di orgine israeliana, autore dello spettacolo assieme all'attrice Laura Curino, sceglie di lavorare con le sue radici, senza smentire i passati no «alle proposte di fare qualcosa di ebraico» per non sentirsi strumentalizzato e diventare «cartolina».

La prima volta di un compositore che studia chitarra classica, fonda Magà Global Arts, rete internazionale di musicisti, artisti, scenografi, suona al Saint Pompidou e Toronto, al conservatorio di Pechino e all'Art Basel di Miami, chiude la mostra di Anish Kapoor l'anno scorso alla Fabbrica del Vapore di Milano. Avital è artista e straniero che vive del suo lavoro in Italia. Prima Vercelli, «era tutto nebbia sulla risaia, volevo scappare», per seguire il maestro e mentore Angelo Gilardino. Chiedo dello shock di passare da Gerusalemme, città natale dove di vita ce n'è pure troppa, alla provincia piemontese. Invece no, Avital, sposato con la milanese Elisa, si sposta a Biella e qui vive il suo film neorealista italiano: «l'ingenuità delle persone, il rapporto diretto, amicizie fraterne, un parrucchiere, la piazza; ho anche regalato un concerto agli Alpini. Vengo da un Paese in cui un tycoon miliardario ti può aprire la porta in canottiera e ciabatte, la formalità mi fa paura». In Italia ha conosciuto la fatica di vivere senza mecenati in mezzo alla guerra perduta con l'intrattenimento autarchico, ma anche la «quotidiana voglia di unire tradizione e innovazione; talenti reattivi pronti a sperimentare, come i 45 tubisti da nove conservatori che hanno risposto alla chiamata per il concerto di Kapoor».

Ora, a Milano, scrive una musica con solide basi classiche, in cui convinvono video e strumenti, tradizione e tecnologia, e la passione per il racconto corale: per «Mise en abîme», registrato nello studio di Fabio Fazio, «il più grande della Rai», ha riunito 34 fisarmoniche e 100 voci; per un altro spettacolo, «Leilit», sette flauti dolci, sette filarmoniche, un pianoforte e due sacertoti ebrei etiopi. Perché Avital ama «la masse sonore che avvolgono», lezione imparata nei viaggi nel Sud Est asiatico dove presto tornerà.

Avital suona con il palestinese Wisam Gibran, ex assistente di Daniel Barenboim che vive a Nazareth, ma non è una scelta politica o come dice lui «bigotta». Semplice necessità di ridimensonare i simboli, per «creare liberamente». Dice che per capire la sua musica non occorre una solida preparazione accademica. «Quando mi mettono nel crossover mi fanno un complimento, nella mia musica c'è la fase psichedelica dei Pink Floyd, la micropolifonia di Ligetti, e il suono primordiale del gong». Mentre lavora a un suono pensa a immagini, e nella sinfonia icono-sonora OTOT (Segnali), la prima una settimana fa a Como, si vede: perché è uno spettacolo contemporaneo e colto che anche lo spettatore occasionale applaudirà senza porsi il problema della citazione. Avital stesso osserva che in generale spesso, superficialmente, si definisce «postmoderno» ciò che più esattamente è «la somma degli stimoli di cui mi sono nutrito e lo sforzo di non banalizzare nulla».

Il Giorno della Memoria in Germania «è responsabilità», in Italia prevale «la conflittualità», in Israele, dice Avital, famiglia laica di madre psicologa e padre filosofo, «è comunque un momento di allarme, ricordo di pesantezza, racconto triste dei nonni, anche nelle mia famiglia di parte askenazita con le ics rosse di quelli che non ci son più». Quando, dopo anni di lavoro, decide di affrontare la storia e le orgini mai messe in discussione, lo fa con un testo «denso, crudo, senza mezze misure, che rimarrà per sempre nella cultura occidentale», e che nel mondo di Yuval s'integra perfettamente con la chitarra, classica ed elettrica.

Auditorium di Rivoli (Torino)
fino al 2 febbraio, ore 21
info@istitutomusicalerivoli.it
www.istitutomusicalerivoli.it

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