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Questo articolo è stato pubblicato il 03 febbraio 2013 alle ore 08:14.

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L'aveva vista alzarsi verso il cielo, svettante come un faro, nuova colonna d'Ercole che segnava l'inizio di un altro mare, di un'altra odissea e di altri viaggiatori che sei secoli prima avevano conquistato il Mediterraneo e si erano spinti fino al Mar Nero e alle sue mitiche città. Nel 1877 Edmondo De Amicis, inviato brillante de L'Illustrazione Italiana, viveur e solo poi, dopo innumerevoli viaggi, lutti e tradimenti, autore di Cuore, giungeva a Costantinopoli in una mattina di nebbia. Una iella, aveva detto il capo dei timonieri della nave, «perché entrare con una bella giornata di sole a Costantinopoli è un bel momento nella vita di un uomo». Una fortuna, invece, nelle parole più sagge del capitano che invita lo scrittore ad attendere fiducioso sul ponte. E infatti, lentamente, come un sogno che riemerge dal passato, ecco Bisanzio e i suoi minareti, ecco la città di Costantino e Haghia Sofia, ed ecco Galata, la città franca, la città degli stranieri sulla riva sinistra del Corno d'Oro, che per un ligure come De Amicis voleva dire "ecco Genova", l'altra mia città, l'altra parte del mio mondo, della mia storia, della mia lingua. L'altra parte di me.
Per questa ricchezza autobiografica, per questo filo esistenziale mai reciso, giovedì scorso nel cuore di Beyogvlu, altro nome di Galata, a pochi passi dalla splendida torre costruita dai genovesi nel 1348, sono stati annunciati il gemellaggio tra Istanbul e Genova e l'avvio di una serie d'importanti iniziative economiche e culturali. Tra queste, emblema di uno scambio vitale, è la mostra fotografica «Genova: uno sguardo incantato» di Stefano Goldberg, aperta fino al 23 febbraio nella centralissima Sanat Galerisi, e promossa dallo stesso Comune, da Ansaldo Energia e Turkish Airlines, già presente nello scalo genovese con ben cinque voli settimanali, dieci nei prossimi mesi.
Ma che siano aerei o navi, quelle navi che Goldberg ha ritratto nel loro farsi in cantiere, non cambia molto. E la notizia è forse proprio questa, una non notizia, come ha elegantemente commentato il Console Generale d'Italia Gianluca Alberini: «Oggi non stiamo creando nulla di nuovo perché il rapporto che lega Genova a Istanbul non è mai cessato. A Galata, il quartiere genovese, ci sono l'Istituto di Cultura Italiano, la Camera di Commercio Italiana, l'ospedale italiano, le scuole italiane, le chiese italiane e persino la Società Operaia fondata da Giuseppe Garibaldi, presidente, e da Giuseppe Mazzini, presidente onorario, uno spazio magnifico che abbiamo ribattezzato Casa Garibaldi e che sotto la direzione di Sedat Bornovali verrà dedicato alla conservazione della nostra memoria in questa città».
Dire Italia oggi è come dire Genova ottocento anni fa, perché Genova vive a Istanbul da secoli, Genova è Genova grazie a Istanbul, e Istanbul è l'altra Genova. Anche Emondo De Amicis parlava di questa identità speculare nel suo libro meraviglioso Costantinopoli, già allora un successo editoriale, tanto che Orhan Pamuk lo considera il miglior reportage sulla sua città. E alla ricerca di quell'oriente mitico e reale che ognuno sente dentro di sé, si erano mossi da Genova e dal Regno Sabaudo anche altri viaggiatori. Tra questi, l'avvocato Antonio Baratta che nel suo volume Costantinopoli nel 1831 invitava i lettori occidentali, «queste erudite cavallette», a liberarsi dai pregiudizi e dalle suggestioni del voyage du levant per cogliere invece le spinte moderne, europeiste della Turchia. Poi era toccato al capitano Enrico Alberto D'Albertis – gentiluomo genovese, discendente dal celebre umanista Leon Battista Alberti – raggiungere Istanbul e riportare in patria importanti notazioni per il suo diario di bordo, La crociera del Violante pubblicato nel 1876, e oggetti, souvenir e fotografie che riempiranno un seducente "salotto turco", salgariano, ancora visitabile nella sua dimora genovese, oggi Museo delle Culture del Mondo. Quindi era stata la volta di Gaspare Invrea, poeta e scrittore torinese, ma di adozione ligure, tanto da scegliere il nome dialettale di Genova, Zena, come suo pseudonimo. Nel 1887 parte insieme a quattro amici e a bordo dello yacht Sfinge, uno dei primi yacht privati nelle acque del Corno d'Oro, raggiunge Istanbul dove entra in contatto con i frati domenicani della chiesa di San Pietro a Galata, e da lì parte a esplorare quello strano incontro tra Occidente e Oriente.
Un incontro di culture, con un Oriente più agile, più in crescita, più aperto della sua controparte – la Turchia si prepara a diventare nel 2023 l'ottava potenza mondiale – di cui oggi si fa portavoce Luca Orlandi, architetto genovese, docente al prestigioso Politecnico di Istanbul, specialista del grande architetto ottomano Sinan, quindi responsabile di un corso, assolutamente unico e molto richiesto, dedicato all'architettura italiana contemporanea. La storia quindi continua, ed è bellissimo ascoltare i racconti di Orlandi che riportano in vita ogni angolo di Galata, e ricordano come i genovesi ricevettero in dono questa parte di città – chiamata dai greci Pera, semplicemente "al di là", tanto per ricordare l'anima eternamente poliglotta e internazionale di Istanbul – quando nel 1273 l'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo volle ricompensarli per l'appoggio offerto durante la quarta crociata e il saccheggio di Costantinopoli nel 1204. Ma è curioso scoprire anche che Giuseppe Garibaldi, nato marinaio, divenne il più il noto Garibaldi a cavallo proprio a Istanbul, inseguendo innamorato la figlia dell'istruttore di equitazione del Sultano, altro connazionale, e per questo pagandosi lezioni su lezioni di arte equestre pur di vedere "lei", una delle tante donne amate dal l'Eroe dei due mondi.

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