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Questo articolo è stato pubblicato il 11 febbraio 2013 alle ore 08:40.

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Borghese: ha senso oggigiorno un sostantivo così generico e ampolloso? Ciondolando per certi quartieri residenziali di Roma o di Milano – roccaforti verdeggianti dell'high class metropolitana – parrebbe di sì. C'è silenzio, discrezione, decoro, una relativa pulizia, un senso di sobria prosperità. Qualcosa che fa pensare più agli anni Cinquanta – a Gadda e alle sue città – che al ventunesimo secolo.

Peccato che tanta confortevole immobilità sia una mistificazione. Molte delle famiglie che abitano questi quartieri vivono una condizione non troppo dissimile da quella in cui languiva l'aristocrazia agraria un paio di secoli fa. La pompa, il rispetto delle tradizioni, la rivendicazione di un privilegio scricchiolante sono il simulacro di un clamoroso auto-inganno. Quasi nessuno dei proprietari di queste dimore lussuose, infatti, sarebbe in grado di comprarne una analoga ai propri figli (per non parlare della ristrutturazione). Così, un'intera generazione viene declassata. Ragazzi invecchiati, vissuti nella rassicurante chimera di poter aspirare a un menage non meno florido di quello dei genitori e dei nonni, si trovano a dover fronteggiare un tipo di frustrazione del tutto inedita, a cui nessuno ha osato prepararli.

Come vivono la crisi i figli di papà?
Trascinati nel vortice di una specie di contro-boom, un American Dream alla rovescia, si guardano attorno smarriti, poveri piccoli. Qualcosa è successo, ma non sanno bene cosa. Fanno come il mirabile personaggio di È ricca, la sposo e l'ammazzo, interpretato da un gigantesco Walter Matthau, che fa un'ultima visita a tutte le sartorie e a tutti i ristoranti stellati nei quali non potrà più permettersi di entrare, sussurrando tra sé e sé: «Sono povero... Sono povero...».
Forse è giusto che le trasmissioni televisive di approfondimento politico non si occupino di questa classe decadente, non sprechino tempo nella realizzazione di un servizio appositamente dedicato. Forse è giusto che nessuna tra le agende politiche in circolazione si faccia carico di tanta sciagura e di tanta insipienza. Dopotutto si tratta di una minoranza ininfluente, e antipatica. Sartre l'avrebbe definita addirittura «parassitaria» e, pensando alla diffusione ipertrofica di certe professioni liberali negli ultimi decenni, forse non aveva tutti i torti. Certo è che nessuno di questi ex sardanapali – frequentatoti indefessi di circoli canottieri – morirà di fame. Dovranno ridimensionarsi, tutto qui. Meno vacanze, ragazzi, meno vestiti di marca, scordatevi le fuoriserie, proprio come Walter Matthau. Nulla di tragico. Nulla che giustifichi un suicidio né un crimine. Nulla che possa spingervi a scendere in piazza: una disperazione non abbastanza truce da giustificare la trivialità.

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