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Questo articolo è stato pubblicato il 15 febbraio 2013 alle ore 15:30.

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LIONE – La scena mobile composta dalle stanze della residenza di campagna di Sorin che si chiude progressivamente su stessa: è così che evolve, atto dopo atto – ma senza soluzione di continuità, in una lunga, unica, tirata - " Il gabbiano" di Anton Cechov nell'emozionante versione diretta da Frédéric Bélier-Garcia.

La fortunata tournée francese dello spettacolo prodotto dal Nta di Angers è giunta al termine, concludendosi nella splendida sala del Théâtre des Célestins di Lione. Un allestimento accolto da notevoli consensi in patria, in virtù soprattutto dell'intenso equilibrio della sua messinscena.
Bélier-Garcia, che è filosofo oltre che uomo di teatro, "carica" di leggerezza il volo del suo gabbiano: si pone nei confronti del classico cechoviano con l'umiltà e, persino, lo stupore della scoperta, una prospettiva scevra di forzature interpretative che riesce a restituire lo spirito potente del testo.

Spirito che è tra i più amari della storia del teatro: la disfatta esistenziale e quasi "costitutiva" delle esperienze umane che animano la vicenda del dramma. Il "gran cabaret del mondo" qui rappresentato non è altro che una fenomenologia della sconfitta: sentimentale, con gli infelici amori dei protagonisti mal corrisposti; professionale, con le frustranti esperienze della giovane Nina che diviene mediocre attrice, e di Konstantin, scrittore incapace di affermarsi.

Generazionale, anche, con l'incomprensione tra giovani e adulti, rappresentanti di mondi inconciliabili al limite del baratro.
Tra realismo e simbolismo, il dramma di Cechov, da corale diviene esponenziale: attraverso una scrittura metateatrale, l'autore riflette sull'arte della scena per parlare della vita. Anche della nostra.
Per restituirci questo senso di perdita così vertiginoso, il regista costruisce il suo spettacolo su solidissimi elementi: una traduzione dal russo agile e parlata; un impianto scenico suggestivo ed efficace, in movimento progressivamente claustrofobico, che relega nel passato della narrazione il giardino delle prime scene, sovrasta il lago sopra il quale volano i gabbiani, racchiude come in una morsa i protagonisti infelici del dramma.
Soprattutto: un cast eccellente, suggellato dalla presenza della cineasta Nicole Garcia, signora del cinema e del teatro francesi, nonché madre del regista (e qui interprete del personaggio di Arkadina, attrice d'esperienza e madre di Konstantin, con curioso cortocircuito tra spunto biografico e contenuto).

Al mutare della posizione delle stanze, assistiamo - da una prospettiva visuale rivisitata a ogni scena - agli infelici amori di Kontsantin, di Nina, di Masha... Ogni triste valzer sentimentale è un nuovo punto di vista, che non apre però a una speranza, bensì inquadra un'aspettativa delusa, una promessa costantemente non mantenuta.
Un volo per sempre interrotto, come quello del gabbiano colpito a morte da Konstantin.

Il Gabbiano, di Anton Cechov. Traduzione: Antoine Vitez, éditions Actes Sud a / Le Livre de poche. Regia Frédéric Bélier-Garcia. Con: Nicole Garcia, Ophelia Kolb, Agnès Pontier, Brigitte Roüan, Éric Berger, Jan Hammenecker, Magne-Håvard Brekke, Michel Hermon, Manuel Le Lièvre, Stéphane Roger. Scenografia: Sophie Perez. Costumi: Catherine Leterrier et Sarah Leterrier. Luci: Roberto Venturi. Collaborazione alla regia: Valérie Nègre. Suoni: André Serré. Produzione: Nouveau Théâtre d'Angers - Centre Dramatique National Pays de la Loire

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