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Questo articolo è stato pubblicato il 12 marzo 2013 alle ore 17:26.

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Marco Voleri è giovane, è pieno di talento, è coraggioso. Di professione fa il cantante lirico, e con la sua bella voce tenorile e certi atteggiamenti un po' guasconi incarna alla perfezione il cliché del tenore alla Di Stefano. Anzi, incarnerebbe, se la sua storia non avesse conosciuto un brusco colpo di scena. "Sintomi di felicità. La passione per il canto contro la malattia", l'autobiografia che ha recentemente pubblicato da Sperling & Kupfer, è divenuta un piccolo caso letterario. E non solo, dato che hanno incominciato a interessarsi a lui anche nei convegni scientifici. Perché Voleri racconta con ironia e senza alcuna autocommiserazione di convivere da anni con la sclerosi multipla. Una patologia cronica che può sfociare in disabilità anche gravi. La cura definitiva non è stata scoperta e i farmaci per contrastarla sono spesso pesanti, come quelle iniezioni di interferone che Marco si deve portare in giro per il mondo. Il suo libro però è un inno alla vita e alla voglia di felicità che non si arrende. Una lezione anche per i tanti che si credono sani.

Lei è stato recentemente invitato a un convegno scientifico. Mica diventerà oggetto di studio?
Il convegno partiva da recenti ricerche che attestano che la creatività attiva lo sviluppo di diverse zone del cervello. Ha quindi davvero capacità curative, ma mi sentirei di dire che è una cura valida universalmente. Affrontare la vita in maniera creativa è davvero una risorsa.

Non ha paura di essere etichettato come «il tenore con la sclerosi multipla»?
L'ho messo in conto, però c'è il mio curriculum a parlare per me. Quando mi hanno fatto la diagnosi ero già in carriera. Ho dimostrato prima di tutto a me stesso di avere le carte in regola per fare il cantante di professione. Non ho strafatto, ho rinunciato a parti da protagonista, non avrei la forza di stare in scena tutto quel tempo, ma posso avere lo stesso una bella carriera specializzandomi in ruoli come "Arlecchino" nei Pagliacci o Cassio nell'"Otello", oltre che tenendo concerti. Una delle mie più grandi soddisfazioni è stata quando Renato Bruson in persona mi cercò per interpretare Bardolfo in un "Falstaff" di cui, oltre che protagonista, era regista. Oppure a Seul cantando accanto a Mariella Devia, una delle grandi con cui ho avuto la fortuna di perfezionarmi. Come Mirella Freni quando frequentavo l'Accademia della Scala.

Però l'idea di diventare tenore per tanti anni non l'aveva sfiorata
Vendevo lampadine, ma la musica è sempre stata una passione. Già all'oratorio avevo un gruppo, mi ero fatto fare una maglietta con scritto "music is my life". A un certo punto, con un amico, decidiamo di mollare tutto per andare sei mesi a fare piano bar alle Maldive. Fu il mio insegnante di allora a dirmi che potevo fare lirica. Non sapevo niente di quel mondo, ma partii per Milano e fui ammesso al conservatorio Giuseppe Verdi.

Come si è rivelata la malattia?
Era il 19 luglio 2006, una notte orribile, la mattina avevo tutta la parte destra del corpo con un formicolio incredibile, la gamba non rispondeva più. E' stato il primo passo in un'altra esistenza, di visite, neurologi, risonanze. Mi avevano ricoverato al San Raffaele, ma io avevo un concerto il 31 luglio. Era importante, avevo vinto un concorso per interpretare Beppe nell'opera "Pagliacci". Così me ne sono venuto via, il primario era imbestialito. Ricordo che dall'albergo al luogo del concerto, a Riva del Garda, bisognava andare a piedi. Un tragitto breve, ma io ci misi quasi mezz'ora. Ero coi miei genitori, zoppicavo, raccontai che avevo avuto un incidente col motorino.

Perché ha deciso di venire allo scoperto rivelando la sua patologia proprio adesso?
Perché era il momento di far deflagrare la mia implosione interiore. Ho vissuto anni facendo finta di essere sano. Io sono lo stesso di quindici giorni fa, solo che ora tutti sanno dei miei problemi e se c'è una differenza, è solo negli occhi di chi ti guarda. Vorrei che ci si riflettesse, la mia è la testimonianza di uno dei tanti pazienti, siamo tutti dei ganzi, conviviamo con la sclerosi e andiamo avanti amando la vita.

Cosa l'ha spinta a scrivere un'autobiografia?
Un'altra incredibile combinazione della mia esistenza. Io sono sempre stato molto riservato sulla mia salute, ma non so cosa mi spinse quella sera a confidarmi con una persona conosciuta casualmente. Non sapevo che era un collaboratore di Sperling. Il giorno dopo si è fiondato in casa editrice raccontando di avere una storia fantastica. Ho riflettuto molto prima di accettare, il canto è la mia vita. Non posso immaginare cosa mi aspetta professionalmente dopo aver pubblicato il libro, anche se in questo momento mi dà molta forza sapere che lo faccio anche per gli altri come me.

Marco Voleri (con la collaborazione di Giuseppe Gazzola)
Sintomi di felicità.
La mia passione per il canto contro la malattia.

Milano, Sperling & Kupfer, 2013. 161 p., 17 €.

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