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Questo articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2013 alle ore 08:24.

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Lo ammetto: «invidio» Edmund Gettier. Nato nel 1927, oggi professore emerito all'University of Massachusetts Amhrest, polverizza, da giovane, in tre paginette una millenaria, se non la, teoria, già rintracciabile in Platone, stando a cui la conoscenza è credenza vera e giustificata. Stiamo parlando di conoscenza, ovvero di quanto a cui dobbiamo aspirare per concretizzare la nostra essenza di umani; no, non stiamo parlando di sciocchezze, o di varie ed eventuali. Lo invidio perché alla Cornell University ha mentori di grande levatura filosofica, oltre che dal bel profilo etico; perché nella prima università in cui viene assunto a insegnare (la Wayne State University) i suoi colleghi si chiamano non "nessuno" o "inventori dell'acqua calda", bensì Alvin Plantinga, Keith Lehrer, R.C. Sleigh; perché sollecitato a pubblicare (cosa che non amava, al pari, del resto, di Socrate) scrive quelle paginette. Le paginette più memorabili della storia recente della filosofia internazionale. Della loro pubblicazione su «Analysis», nel 1963, cade quest'anno il cinquantennio, anniversario ipercelebrato, anniversario in cui ci si chiede ancora se quello che alla storia passa come il problema di Gettier sia stato risolto, o sia irrisolvibile. «Analysis», rivista tra le più prestigiose, ove escono (referatissimi) i lavori migliori, tutti "short", su diversi rami della filosofia, notoriamente epistemologia, per l'appunto, ovvero teoria della conoscenza, filosofia morale, filosofia politica, logica filosofica e filosofia del linguaggio (sul piano internazionale non sono così distinte come accade invece da noi), metafisica; no, non ci dobbiamo stupire se non compare alcuna storia della filosofia.
Quelle tre paginette, intitolate «Is Justified True Belief Knowledge?», con tanto di risposta negativa alla domanda, nel senso che la credenza vera giustificata risulta necessaria e insufficiente alla conoscenza, sono state discusse da tutti i grandi epistemologi, e non solo, basti pensare a Robert Nozick. Tre paginette che, almeno stando ad alcune voci (non certo arbitrarie: lo stesso Alvin Plantinga pare che ne abbia riferito) al giovane Gettier non piacevano e così, inizialmente, vengono tradotte in spagnolo per destinarle a una qualche oscura rivista sudamericana. Fortuna, invece, che cinquant'anni fa le abbiamo lette su «Analysis», e che da lì la loro risonanza non abbia mai avuto termine. A testimoniarlo, una volta di più, è oggi Richard Foley, tra l'altro vice chancellor for strategic planning alla New York University, che sollevando acutamente, nonché provocatoriamente, una domanda simile a quella di Gettier, ovvero «When is True Belief Knowledge?», risponde in modo solo in apparenza semplice: se una proposizione è vera, la crediamo vera, siamo giustificati a crederla tale, e ciononostante la conoscenza ci viene negata, questo dipende dalle informazioni (conoscenze pregresse, direi io) di cui disponiamo o di cui manchiamo. Sì, ma forse il termine «informazioni» è più utile (ha ragione Foley, anche se non sempre perspicuo, al fine di ritenere che la soluzione del problema di Gettier sia cosa fatta, mentre, invece, il termine «conoscenze» ci riconduce dritti, dritti nelle sue stesse fauci: difatti, cosa vuol dire conoscere e cosa intendiamo con conoscenza?). Ernest Sosa riconosce originalità e genialità all'approccio di Foley, mentre Hilary Kornblith (il migliore interprete del naturalismo filosofico quineano) giudica il volume una lettura necessaria.
Già, e qui ricompare la mia invidia: Hilary Kornblith lavora, proprio come Gettier, e insieme a lui, alla Massachusetts Amhrest. Andate a vedere cosa viene riportato sulle pagine dell'università, e cosa, immagino, loro stessi approvino: di Kornblith molto, di Edmund Gettier compare la data di assunzione (il 1967) e le sue aree di interesse: nessuna pubblicazione, neanche quell'articolo di tre paginette che ha rivoluzionato la filosofia. Ecco, lo invidio: merito riconosciuto per un articolo, che ha destabilizzato e rivitalizzato la filosofia, senza poi la necessità a seguire a pubblicare, né la velleità di spacciarsi per "eccezionale" filosofo, quando di fatto lo è; questione di stile. Lui, Gettier, nella sua foto sul sito universitario, compare sorridente, con una polo grigia su uno sfondo verde. Nulla di più. Da parte mia, posso solo condividere la polo e sperare che nel nostro Paese ci si accorga della grandezza della conoscenza, della cultura, dell'anniversario del problema di Gettier, congiuntamente al fatto che il percorso della vita passa attraverso la conoscenza. Per chi la vita la vuole percorrere, e non utilizzare.
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Richard Foley, When is True
Belief Knowledge, Princeton
University Press, Princeton & Oxford, pagg. 162, $ 35,00

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