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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2013 alle ore 15:54.

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C'è un luogo di resistenza artistica che, nell'attuale precarietà del teatro, vive una fiorente attività di spettacoli con una programmazione di qualità premiata da una consistente e costante affluenza di pubblico. È il PimOff, diretto da Barbara Toma, unico spazio milanese con una stagione di danza contemporanea dispiegata lungo tutto l'anno, con appuntamenti mensili. Fino a maggio prosegue la rassegna "Che cosa me ne faccio del teatro?", che ha ospitato, tra gli altri, la compagnia Abbondanza-Bertoni con lo spettacolo "Le fumatrici di pecore". Sul tappeto bianco della scena – che fa pensare a uno spazio sacro, incontaminato, luogo di epifanie – due donne in nero entrano per scrivere coi loro corpi, fisicamente antitetici, una storia di amicizia e di solidarietà, di sofferenza e di gioia, di condivisione e di reciprocità.

Antonella Bertoni (insieme a Michele Abbondanza, duo storico della danza contemporanea italiana) ha incontrato Patrizia Birolo durante dei laboratori presso La Girandola di Torino, struttura operante nel settore teatro e disabilità. "Lei – così la descrive Bertoni – portatrice sana di una diversa abilità; noi portatori malati della nostra salute". Ne è nato un folgorante e commovente duetto di teatro-danza difficilmente catalogabile. Perché tocca corde profonde, investe le dinamiche dei rapporti interpersonali, interpella il nostro modo di pensare e considerare l'altro, il diverso da me.

Sono brevi sequenze coreografiche e teatrali, veloci storie di relazione. Sono dialoghi o quadri viventi sui quali si addensano immagini potenti di laiche Deposizioni, di Crocifissioni, di Calvari in ginocchio, di balli liberatori a piedi nudi su musica techno o di dichiarazioni d'amore prese da una canzone di Tiziano Ferro urlata; di ninne nanne, di giochi pericolosi e di capricci, di corse fanciullesche, di abbracci e di sorrisi, di posture da balletto classico e buffe scomposizioni di linee. Questi corpi dolenti sono continuamente scossi da fremiti di energia, di vitalità, di verità umane affioranti dai soli gesti, dalle immobilità improvvise, dagli sguardi o dai silenzi, che creano complicità.

E dove, frequente, ricorre la frase di Patrizia rivolta ad Antonella: "Ci penso io a te. Ti aiuto io". Ecco, allora, la più fragile rivelarsi la più forte; quella sperduta la più coraggiosa, la più indifesa colei capace di dare alla luce. Ed è di grande forza la sequenza in cui, in un intreccio di corpi che sfumano gestualmente, una posizione di trapasso si trasforma in parto.
In questo equilibrio precario di fragilità emotive e fisiche si gioca lo spettacolo "Le fumatrici di pecore" con il moltiplicarsi di pecorelle da presepe usate, prima, come sigarette per essere fumate come hashish che le sorprende in una spensierata allegrezza; poi come pistole; quindi deposte sul tavolino sbilenco fino a formare un gregge che, in ultimo, attenderà la pecorella nera, smarrita, poggiata in salita sull'asse di legno obliquo. Tra folate di note di Mahler, cantilene di Kyrie e di Agnus, musica pop, c'è spazio per assoli e duetti danzati, buffi o taglienti come lame che squarciano il cuore, per preghiere, per confessioni intime, per azioni e movimenti che trasfigurano in sentimento.

«Le fumatrici di pecore»
Regia di Michele Abbondanza, coreografie, scene e costumi Antonella Bertoni, luci Andrea Gentili
Al PimOff di Milano, per la rassegna "Che me ne faccio del teatro?", fino al 24 maggio.

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