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Questo articolo è stato pubblicato il 05 maggio 2013 alle ore 08:19.

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Quando prendiamo un farmaco per una patologia cronica come l'ipertensione o il diabete, lo facciamo per vivere meglio e più a lungo, non per abbassare i nostri valori numerici in certe misurazioni. Questi valori sono «parametri surrogati», cioè segnali che dovrebbero corrispondere a benefici (o danni). Come si determinano i benefici? In una disciplina empirica qual è la medicina contemporanea, si dovrebbe farlo con studi statistici di ampia portata che valutino l'effetto a lungo termine del farmaco rispetto ai suoi concorrenti. Ma le industrie farmaceutiche realizzano i loro profitti durante gli anni in cui detengono un brevetto, quindi hanno tutto l'interesse ad accelerare il processo di approvazione delle loro scoperte. La maggior parte degli studi su cui è basato tale processo è finanziata dalle industrie stesse e così i parametri surrogati vengono spesso usati per abbreviare i tempi: se i valori numerici migliorano, si dichiara che il farmaco è benefico. Talvolta il punto d'arrivo di questa scorciatoia è un disastro.
Per anni l'aritmia cardiaca era stata considerata un parametro surrogato del rischio di fatalità in pazienti reduci da un infarto miocardico e numerosi farmaci erano presenti sul mercato e regolarmente prescritti per ridurla. Quando però fu condotto uno studio di ampiezza adeguata per verificare i reali benefici, i risultati furono ben diversi da quelli previsti. Il Cardiac Arrhythmia Suppression Trial (Cast) durò dal 1986 al 1998 e coinvolse oltre 1.700 pazienti in 27 centri clinici, dimostrando che tre dei farmaci in questione riducevano sì l'aritmia ma erano correlati a un numero maggiore, non minore, di morti. Oggi quei farmaci sono prescritti raramente, ma si ritiene che prima di tale mutamento di paradigma abbiano causato più di centomila morti inutili.
Ho scelto questo esempio fra i moltissimi descritti in Bad Pharma da Ben Goldacre, medico e titolare della rubrica Bad Science su «The Guardian», perché meglio di altri dimostra che il problema da lui illustrato con dovizia di dettagli è politico, e non dipende dalla malafede o avidità di particolari individui. Una medicina senza farmaci è impossibile e, siccome in medicina rimangono ancora gravissimi enigmi privi di soluzione, la ricerca di nuovi farmaci è un compito di vitale importanza. L'unico modo sensato di stabilire la validità di un farmaco è quello di confrontarlo con le alternative, con studi rigorosi prima dell'approvazione e poi con un monitoraggio costante e capillare, oggi perfettamente possibile visto che ogni medico lavora con un computer sulla scrivania. Questa incombenza però non può essere lasciata nelle mani di un'industria che fattura globalmente ogni anno 600 miliardi di dollari ed è in grado di comprare chiunque. Nella migliore delle ipotesi, tale scelta provocherà occasionali tragici errori come quello messo in luce dal Cast; in situazioni meno rosee, causerà l'emergere di avidità e malafede, e dei mille orrori raccontati da Goldacre, il quale non a caso inizia il suo libro con l'augurio che i lettori ne escano furibondi.
Gli studi su cui è basata l'approvazione di un farmaco sono condotti su pazienti poco rappresentativi della popolazione reale; lo confrontano non con le migliori alternative esistenti ma con un placebo (quindi al massimo dimostrano che il farmaco è meglio di niente); non dichiarano in anticipo gli effetti cercati o non rispettano quel che hanno dichiarato trovando invece per strada, dopo aver raccolto i dati, una qualsiasi rilevanza statistica favorevole. Se non sono positivi, non vengono pubblicati; se lo sono, l'industria si premura spesso di far scrivere gli articoli relativi dai propri ghostwriters e poi di ottenere la firma di opportuni accademici dietro lauti compensi per le loro "consulenze". Le prestigiose riviste su cui gli articoli sono pubblicati ricavano buona parte dei loro utili dalle inserzioni commerciali delle industrie farmaceutiche e dall'enorme quantità di reprints che le industrie comprano a caro prezzo per distribuirli a titolo "informativo" ai medici. E questa è solo la punta dell'iceberg del meccanismo pubblicitario: Big Pharma spende il 25% delle sue entrate (il 25% di 600 miliardi di dollari!) in attività promozionali: rappresentanti che dedicano il loro tempo ad acquisire una sospetta familiarità con i medici, conferenze e corsi di aggiornamento che hanno lo scopo di reclamizzare prodotti, spot che manipolano il pubblico e patologizzano semplici disagi. Tutto questo, ripeto, è orribile, e la lettura di Bad Pharma è un atto doveroso; ma la soluzione, insiste Goldacre, non può essere eliminare l'industria farmaceutica. Può solo essere proteggerla da se stessa: assumere insieme, da cittadini di Paesi democratici, il compito politico di guidarla con regole appropriate a metodi ed esiti più ragionevoli, facendo in modo che avidità e malafede non siano più le caratteristiche "vincenti" in un campo così delicato e decisivo per la nostra esistenza e il nostro benessere.
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Ben Goldacre, Bad Pharma: How Drug Companies Mislead Doctors and Harm Patients, Faber and Faber, New York, pagg. 448, $ 28,00

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