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Questo articolo è stato pubblicato il 05 maggio 2013 alle ore 08:21.

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King Hu secondo alcuni è il più grande regista cinese di tutti i tempi, anche se nella Cina continentale ha girato solo un film, l'ultimo della sua carriera, Painted Skin (1991). Nato a Pechino nel 1932, emigrato a Hong Kong nel '49, attivo anche a Taiwan, Hu ha rivoluzionato il cinema di arti marziali di Hong Kong tra la fine degli anni 60 e i 70 con classici come Come Drink with Me (1966), Dragon Inn (1967) e A Touch of Zen (1971), il film che svelò il wu xia pian (il "cappa e spada" orientale) al pubblico dei cinefili mondiali. Formatosi all'interno della leggendaria casa di produzione dei fratelli Shaw, King è stato maestro di attori/autori come Jackie Chan e Sammo Hung, e il suo stile ha influenzato numerose riletture successive, colte e popolari: i film di Tsui Hark e John Woo, La tigre e il dragone di Ang Lee, La foresta dei pugnali volanti di Zhang Yimou, l'inevitabile Tarantino. L'omaggio più commovente è stato quello di un regista lontanissimo dal suo mondo, il taiwanese Tsai Ming Liang, che nel 2003 ambientò tutto un film in un cinema deserto, e di imminente chiusura, in cui si proiettava Dragon Inn. Un film che finisce con un raggelante piano fisso della sala vuota, e che portava un titolo eloquente: Goodbye Dragon Inn. Come dire: addio, cinema.
Ora il Far East Festival di Udine, conclusosi domenica scorsa, accompagna la riproposta di alcuni classici del regista con un volume bilingue (inglese e, in versione ridotta, italiano) che raccoglie i suoi scritti, magistralmente curato da Roger Garcia. I materiali sono di varia natura, dalle riflessioni sulla vita e l'arte alle interviste, dai bozzetti ai progetti di film non realizzati. Che parlino del ruolo delle coreografie nei suoi film, dello studio system o del romanziere Lao She, dell'influenza dell'Opera di Pechino o dell'equilibrio tra ricerca storica o invenzione, i discorsi di King sono sempre acuti e saggi. E se a tratti sembrano nascondersi dietro la maschera di regista commerciale, altrove mostrano una autentica passione nel raccontare e teorizzare.
Come suggerisce il curatore Roger Garcia nell'introduzione al volume, la Cina fantastica e mitica dei film di King (e del suo maestro Li Hanxiang) è forse figlia anche della psicologia dell'esiliato, di un regista che ricostruisce quei luoghi negli studios di Hong Kong. Molto toccante, tra le altre, la paginetta di riepilogo della propria vita, intitolata «Uno sciocco racconta il proprio sogno», scritta nel 1993 e giustamente posta in apertura dell'antologia. Come sempre, poi, tra le cose più interessanti per gli appassionati ci sono anche le tracce dei progetti non realizzati. Come l'ultimo, un film sui cinesi che lavorarono alla costruzione delle ferrovie nel West, The Battle of Ono, o (particolarmente curioso per noi italiani) il progetto su Matteo Ricci, missionario gesuita in Cina e tramite fondamentale con la cultura occidentale. King Hu fu contattato dai gesuiti nel 1983, per realizzare il film in vista del 400º anniversario del viaggio di Ricci, ma il progetto si arenò per vari motivi (tra cui, pare, contrasti tra i gesuiti e il Vaticano). Ne rimangono due paginette dattiloscritte, sotto l'intestazione «Jesuit Media Associates», con il titolo The Key to Cathay.
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King Hu in His Own Words, a cura di Roger Garcia, Far East Festival, Udine, pagg. 216, s.i.p. (edizione italiana: Scritti di King Hu, pagg. 68)

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