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Questo articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2013 alle ore 15:12.

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Uno dei film più attesi del Festival di Cannes arriva nelle nostre sale: appena presentato sulla Croisette, «Il grande Gatsby» esce in Italia sperando di ripetere il buon esordio ottenuto lo scorso weekend al box office americano, dove ha guadagnato oltre 50 milioni di dollari.

L'opera di Baz Luhrmann è la quarta trasposizione per il grande schermo dell'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald pubblicato nel 1925: la più celebre rimane, almeno fino a oggi, quella diretta da Jack Clayton nel 1974, con protagonisti Robert Redford e Mia Farrow.

Ambientato nella primavera del 1922, il film viene narrato da Nick Carraway, un aspirante scrittore del Midwest appena trasferitosi a New York, che, in un lungo flashback, descrive il suo rapporto con Jay Gatsby, un plurimilionario che ama organizzare feste indimenticabili nel suo lussuoso palazzo. L'obiettivo di Gatsby è quello di riconquistare l'amata Daisy, cugina di Nick e moglie di Tom Buchanan, un arrogante donnaiolo di origini nobili.

Affidandosi al suo stile barocco e postmoderno, l'australiano Baz Luhrmann cerca di far suo il testo di Fitzgerald, mescolando diversi generi e optando per una colonna sonora hip-hop realizzata ad hoc da Jay-Z.

Il risultato è sfarzoso e fin troppo patinato, ma a farne le spese sono lo scarso approfondimento psicologico dei personaggi e una rappresentazione degli anni '20 grossolana e poco credibile.

Dal Festival di Cannes dello scorso anno arriva «Post Tenebras Lux» di Carlos Reygadas, che esce nelle nostre sale dodici mesi dopo aver conquistato oltralpe l'ambito premio per la Miglior Regia.

Al centro della vicenda vi è una famiglia composta da una giovane coppia con due figli piccoli, che ha deciso di lasciare Città del Messico per andare a vivere in mezzo alla giungla. L'integrazione si rivelerà piuttosto difficile: sia all'interno delle mura domestiche, sia nei rapporti con i mezzadri indigeni che si prendono cura delle loro terre.

Arrivato al suo quarto lungometraggio, Reygadas continua a mostrare pregi e difetti di un cinema troppo ostico e forzato per poter essere apprezzato fino in fondo.

Diverse le sequenze suggestive (in primis, lo splendido incipit in cui la corsa di una bambina in mezzo alla natura è accompagnata da improvvisi cambi di luce e repentine trasformazioni atmosferiche) ma non bastano a nascondere i limiti di un film presuntuoso, il cui unico fine è quello di scandalizzare a tutti i costi.

In definitiva una vera e propria occasione sprecata: una maggior concretezza avrebbe consentito di sviluppare le tante riflessioni (sulla natura del male, in particolare) purtroppo soltanto accennate nel corso della visione.

Decisamente più tradizionale è «A Lady in Paris» di Ilmar Raag con Jeanne Moreau.

L'attrice interpreta Frida, un'anziana donna di origini estoni che da molti anni vive a Parigi.

Quando il suo giovane amante assume Anne, che si trasferisce dall'Estonia per prendersi cura di lei, la capricciosa e viziata Frida farà di tutto per renderle la vita impossibile.

Piuttosto scontato nel suo andamento narrativo, «A Lady in Paris» è un prodotto semplice che, senza grandi pretese, può colpire ed emozionare. La messa in scena del regista è rigorosa senza strafare, con alcuni momenti di rara delicatezza e altri eccessivamente retorici. Arrivata a ottantacinque anni, Jeanne Moreau riesce ancora a riempire lo schermo con il suo sguardo penetrante e il suo dolce sorriso.

Infine, una menzione a «Beket», opera seconda di Davide Manuli, presentata al Festival di Locarno 2008 e riproposta questa settimana nelle nostre sale.

Il film è una sorta di seguito dell'«Aspettando Godot» beckettiano: i due protagonisti sono stanchi di attenderlo e così intraprendono un cammino nella circostante landa desolata. Sulla loro strada troveranno personaggi bizzarri e situazioni surreali.

Progetto coraggioso e (anche troppo) originale, «Beket» è un'operazione anticonvenzionale, a cui sarebbe bastata la durata di un cortometraggio per ottenere gli stessi risultati.

Nonostante sia un omaggio a Samuel Beckett, il film gira troppo a vuoto rischiando di sminuire lo spessore filosofico del grande drammaturgo irlandese.

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