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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2013 alle ore 08:26.

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«Un minestrone di spunti, non so quanto saporito. Niente di sistematico, di veramente documentato, di costruito. Casualità, disordine, frammenti vagamente ricuciti fra loro». A volte un autore – se dotato di verve – rischia di essere il recensore più critico di se stesso. Così Mario Isnenghi nel suo Diario di un arcidiavolo, in uscita da Donzelli. Raccolta delle Noterelle e schermaglie pubblicate dallo storico veneziano sulla rivista «Belfagor», ogni mese di novembre, dal 1994 al 2012: una per ogni anno di quel Ventennio berlusconiano che tutti noi, sino al 25 febbraio 2013, abbiamo potuto immaginare concluso, e che poi si è fin troppo riaperto.
«Vado a "spie". Orecchio, adocchio. Pilucco qua e là le informazioni che fanno scattare il commento». «Magnifico. Non mi sapevo post-moderno». Con un'autoironia degna del Machiavelli che ispirò a Luigi Russo (nel lontano 1946) il titolo stesso di «Belfagor», Isnenghi è il primo a giocare con i limiti della sua raccolta. Anche una volta riunite insieme, queste noterelle non fanno sistema. Riflettono le curiosità, le passioni, le idiosincrasie del notista, più di quanto valgano a rappresentare compiutamente l'«Italia della democrazia liquida» evocata dal sottotitolo del volume. Eppure, nel loro stesso carattere di scritti casuali e frammentari, più indiavolati che corsari, le noterelle di Isnenghi compongono una pagina di letteratura civile che merita di essere tramandata, e che riesce degna del suo autore.
Come studioso dell'Italia novecentesca, Isnenghi ha dato il meglio di sé da storico dei giornali e dei giornalisti. Il che ha contribuito a renderlo, ogni fine anno su «Belfagor», un interprete meravigliosamente sensibile del ruolo peculiare rivestito dalla carta stampata durante la cosiddetta Seconda Repubblica. Cioè durante il tempo in cui, a detta di Isnenghi, «"Repubblica" ha trascinato "Corriere" e "Stampa" nella grande pasticceria della panna montata». Il tempo della «patetica caduta di tono dei tre giornaloni di Milano, Roma e Torino, impegnati a riempire pagine su pagine per far lievitare il nulla».
Chi da capo cuoco, chi da aiuto cuoco, chi da commesso di cucina, nelle redazioni-pasticcerie della Seconda Repubblica si sono variamente affaccendati gli uomini ex. Gli ex comunisti ortodossi alla Giuliano Ferrara, gli ex estremisti di sinistra alla Paolo Mieli o alla Adriano Sofri, gli ex comunisti eterodossi del «manifesto»: la cui scuola giornalistica – nota l'arcidiabolico Isnenghi – doveva essere stata particolarmente valida se certe firme partite da via Tomacelli, la storica sede romana del «quotidiano comunista», potevano ormai scalare certe roccaforti meneghine del padronato, dal rosaceo organo della Confindustria al ruspante house organ di Berlusconi.
«Certo, la generazione dei fondatori ha resistito», concede Isnenghi. E non per caso il Diario di un arcidiavolo è dedicato a Luigi Pintor, che insieme a Rossana Rossanda forma la coppia di eroi borghesi più cari all'autore. Il resto, dalle parti di via Tomacelli, è stato meno eroico, e più umano. «Umano, non bello». «La mistica della paga da metalmeccanico è difficile reggerla per tutta la vita: arrivano i figli, le tempie ingrigiscono, non hai più – magari – il dono della fede; e poi, se sei bravo davvero, hai imparato il mestiere». Il resto è stato un'abiura ideologica che Isnenghi non fatica a capire, ma che fatica a perdonare.
Fin dalla prima delle sue noterelle, nel 1994, lo storico veneziano lamentava la spensieratezza con cui Achille Occhetto e i dirigenti dell'ex Pci avevano rinunciato a identificare figure del Pantheon socialcomunista quali riferimenti ideali sia per la loro «cosa» di sinistra, sia per la Repubblica sorta sulle ceneri di Tangentopoli. E fin dal '94, complici le boutades filo-vandeane di una protagonista oggi dimenticata di quella stagione, la leghista Irene Pivetti, lo storico veneziano denunciava l'abdicazione che la nuova sinistra italiana minacciava di compiere da ogni teoria e pratica della laicità. Mario Isnenghi – lui – era un laico vero, e lo resta. È oggi uno dei pochissimi, in Italia, che abbia il coraggio di rivendicare quanto di nobile la categoria di «anticlericale» contiene.
Allo schermidore di «Belfagor» non poteva mancare, oltreché l'orecchio per gli articoli della stampa quotidiana, l'occhio per le vignette satiriche. Ricorrono così nelle noterelle nomi come quelli di Vauro, disegnatore per il «manifesto», e di Giannelli, disegnatore per il «Corriere». In particolare, Isnenghi si interroga sulla valenza storico-politica delle serie di vignette dedicate da Giannelli a Silvio Berlusconi. La «splendida» serie dei «Napoleoncini digrignanti e protervi» dell'anno 2003 e dintorni. E l'altra serie, intorno all'anno 2008, di Berlusconi vestito da maghetto che senza posa compie incantesimi e sortilegi: forse, a quel punto, non più uno sberleffo di Giannelli il toscanaccio, ma quasi quasi un esoterico aiutino?
Insomma il cittadino Isnenghi si interroga, ora caustico ora sgomento, sul grande mistero del Ventennio berlusconiano: il mistero della fede. «Torniamo increduli a domandarci: ma è possibile che, a milioni, pendano dai suoi voleri e gli credano ancora?». Quanto allo storico Isnenghi, suggerisce un paragone istruttivo fra l'ars regnandi di Berlusconi e quella di Mussolini rispetto alla selezione dei gruppi dirigenti di partito o di governo: è l'arte, comune a entrambi i leader, di circondarsi di emerite nullità, allo scopo di rendere segretari, deputati, ministri, presidenti, pure e semplici creature del Capo, da lui totalmente dipendenti e in quanto tali sovranamente intercambiabili.

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