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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2013 alle ore 08:28.

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I ragazzi non stanno bene, si potrebbe dire dei giovani inquadrati alla 66ª edizione del festival di Cannes, distorcendo il titolo del film di Lisa Cholodenko. Decapitati della speranza di un lavoro, di un avvenire magari faticoso ma migliore, sono cinici, assenti, privi del senso della realtà. I registi li fotografano astenendosi da ogni giudizio, forse perché consapevoli di contribuire, come gli altri adulti, a farli vivere in una società ingannevole. Un'adolescenza più fragile che mai, dove non è chiara la distinzione tra verità e finzione, con la tentazione costante di creare una nuova identità: basta un cellulare, un nickname in un social network.
In Jeune & Jolie di François Ozon nessun fatto traumatico porta Isabelle (Marine Vacht), diciassettenne affascinante, di selvatica bellezza, cresciuta in una famiglia francese borghese e colta, a fare la prostituta; una Bella di giorno in versione acerba e contemporanea. Sono sufficienti la scheda di un cellulare, alcune foto su una pagina web, mentre i pilastri della pornografia si imparano in streaming. Il regista francese, da indagatore della sessualità e della nuova adolescenza (è ancora nelle sale Nella casa, su uno studente che spia le vite altrui) ci fa intuire che il fenomeno delle escort-bambine potrebbe non essere così raro. Ozon registra il primo rapporto di Isabelle con un coetaneo, quasi rubato dalla leggerezza di un flirt estivo, mostra una madre eccessivamente disponibile e poco autoritaria. Ma soprattutto l'ubriacatura di potere che la "professione" le regala attraverso il dominio del proprio corpo e di quello altrui, fino a che il malessere di un cliente la riporta alla crudezza della vita.
Così come accade al gruppo di teen agers che Sofia Coppola – anche lei da sempre attenta all'universo giovanile – racconta in The bling ring, basato su un fatto di cronaca. Un manipolo di scheletriche fashion victim di Los Angeles assieme a un ragazzotto in cerca di accettazione si infila nelle case delle star (Paris Hilton in testa) e ruba tra gridolini estasiati scarpe, gioielli e abiti per sentirsi parte dello showbiz. I piccoli ladri si fotografano nel luogo del delitto e la bravata diventa cool solo quando è postata su Facebook. Coppola, che in quel mondo è nata e cresciuta, da persona intelligente posa uno sguardo ironico su un tema che dimostra di saper padroneggiare (basta pensare a Somewhere, scandaloso Leone d'oro nel 2010) e strappa alcune risate, anche se ci si sarebbe accontentati di qualche furto in meno (che per ironia della sorte è avvenuto sul serio per i gioielli delle attrici sulla Croisette).
In una trama in caleidoscopica evoluzione si inserisce anche il dramma di Lucie (Pauline Burlet), liceale ribelle in Le passé di Asghar Farhadi. Ahmad (Ali Mosaffa) rientra in Francia dopo quattro anni per divorziare dalla moglie parigina Marie (Bérénice Bejo, brava quasi quanto in The artist) e trova una situazione complicatissima. La donna si sta per risposare con Samir (l'indimenticabile protagonista di Un profeta), la cui moglie è in coma dopo aver tentato il suicidio.
Ahmad funge da catalizzatore di sentimenti nascosti, verità inconfessabili, come quella di Lucie: l'aver inoltrato alla moglie di Samir un fascio di email che potrebbero averla indotta al suicidio. L'impalpabile mondo digitale in un attimo diventa disgrazia e il premio Oscar Farhadi potrebbe a buon diritto rientrare nel palmares per l'abilità di raccontare i legami, come già in About Elly e Una separazione, toccando temi scabrosi senza perdere l'equilibrio.
Non sanno distinguere tra finzione e realtà nemmeno i bimbi che si cimentano nei videogiochi in Heli di Amat Escalante. Con indolenza bovina passano dal joystick a colpire le vittime, trascinate in casa forse dai fratelli o dai genitori, torturatori per conto dei trafficanti di droga. Trasformano in azioni ciò che hanno imparato sullo schermo e se non agiscono filmano impassibili perversioni anodine, come l'incendio dei testicoli di un uomo appeso all'ingiù. Escalante, esponente assieme all'amico Carlos Reygadas della nuova corrente del cinema messicano, mostra un Paese arretrato, violentissimo e disperante in cui Stato e polizia sono collusi con la malavita.
Gli unici a salvarsi sono i decenni di Like father, like son di Kore-Eda Hirokazu, amara (e ben girata) commedia su due neonati scambiati in culla, simile per argomento a Il figlio dell'altra di Lorraine Lévy, solo che al conflitto israelo-palestinese si sostituisce il divario tra classi sociali in un Giappone dove il modello educativo fallace è quello dei ricchi. Diverso il contesto giovanile di A touch of sin di Jia Zhang-ke, autore di culto, sodale di Takeshi Kitano, collezionatore di premi nelle più importanti rassegne cinematografiche (non ultimo il Leone d'oro nel 2006 con Still life). L'autore ci regala uno spaccato dello sbandamento nella Cina postcomunista, che prende le misure con il consumismo attraverso storie di devianza, collegate tra loro tramite un personaggio comune. Alcune vicende sono più caricaturali, altre più riuscite, ma vale la visione di una meravigliosa fotografia di un pubblico che assiste a uno spettacolo teatrale, un Quarto Stato in versione orientale indelebile.
Tralasciando il chiassoso Grande Gatsby di Baz Lurhmann, che non rende onore al romanzo di Francis Scott Fitzgerald, per ora il festival ha offerto buone portate. Mancano ancora nomi importanti, dai fratelli Coen (in gara oggi), a Takashi Miike, a Kechiche, a Payne, a Polanski. Senza dimenticare che martedì passa La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Speriamo che Cannes continui ad amarlo e premiarlo come ha fatto negli anni passati.

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