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Questo articolo è stato pubblicato il 26 maggio 2013 alle ore 08:35.

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Umberto Allemandi è seduto al tavolo della sala riunioni nella sede torinese della sua casa editrice, che si trova dalle parti della Gran Madre. Osserva i suoi "gioielli" posati sul tavolo: campeggia su tutti «Il Giornale dell'Arte», il cui primo numero vide la luce nel maggio 1983, esattamente trent'anni fa. Accanto sono posizionate tutte le testate del network internazionale generato in questi tre decenni dalla testata ammiraglia. Ecco «The Art Newspaper», edito a Londra e New York a partire dal 1990, ecco «Ta Nea Tis Technes» edito in Grecia dal 1992. Accanto a loro ci sono «Le Journal des Arts» edito a Parigi dal 1994, lo spagnolo «El Periodico del Arte» avviato nel 1997 (ma sospeso nel 2002) e le ultime due nuove "creature", che Allemandi prende tra le mani con uno sguardo ammiccante, «The Art Newspaper Russia» nato nel 2012 e «The Art Newspaper China» uscito questo mese a Pechino.
Dottor Allemandi è soddisfatto di tutto ciò?
«Sono soddisfatto ma non sono un dottore – puntualizza sorridendo l'editore –. Molti anni fa, lavorando già dodici ore al giorno, tentai di laurearmi in Scienze politiche approfittando della benevolenza di uno dei miei professori, Norberto Bobbio, che mi fece passare un esame anche se si accorse che non avevo letto le ultime 30 pagine del suo testo: mi promosse egualmente, dietro solenne promessa che le trenta pagine le avrei lette comunque dopo l'esame».
Insomma, non praticò le Scienze politiche. Ma allora che futuro si prospettava per Umberto Allemandi?
«Forse quello di fare giornali. A cinque anni, sfollato ad Asti con la mia famiglia, ho imparato a scrivere prima di andare a scuola. E trovandomi padrone della scrittura mi chiesi che cosa farne: "Quasi quasi faccio un giornale" dissi, e così ho fatto. A cinque anni scrissi e disegnai da solo il mio giornalino, in copia unica, che facevo leggere in cambio di qualche centesimo. Ma la passione continuò negli anni: feci giornalini all'oratorio, al liceo e durante le vacanze al mare (qui pubblicavo ogni sera il resoconto delle gare di biglie sulla spiaggia)».
Ma quando il gioco giovanile di far giornali è diventato un gioco serio?
«Ci sono arrivato seguendo un itinerario. Per pagarmi gli studi, ad Asti, iniziai a lavorare alla rivista "Il Dramma" fondata da Lucio Ridenti. Poi si prospettò la prima grande occasione della mia vita: Armando Testa mi assunse come copyright nella sua agenzia e con lui realizzammo campagne pubblicitarie destinate a rimanere impresse nell'immaginario degli italiani, come ad esempio quelle legate al Caffè Paulista. Alla fine degli anni Cinquanta venni chiamato da Alberto Bolaffi. Da tre generazioni la sua famiglia curava l'edizione del celebre catalogo filatelico, ma Alberto Bolaffi era interessato a pubblicare nuovi cataloghi dedicati ad altri settori del collezionismo. Realizzai decine di cataloghi, tra cui i Veronelli dei vini e i Bolaffi di arte moderna. Fu un'avventura che durò 23 anni e che mi permise di conoscere tutti i massimi protagonisti dell'arte mondiale da De Chirico a Mirò, da Dalì a Man Ray, da Wahrol a Beuys. Poi Bolaffi vendette il Bolaffi Arte a Giorgio Mondadori e io mi trasferii a Milano. Qui Mario Spagnol mi voleva ai vertici della Rizzoli ma compresi che i tempi erano maturi per avviare un progetto in proprio».

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