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Questo articolo è stato pubblicato il 23 giugno 2013 alle ore 08:45.

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Per la sua nuova mostra, aperta fino al primo luglio, il Museo Leopold sembra voler far propria la baudelairiana definizione di modernità, incarnata dal transitorio, dal fuggevole, dal contingente. Il tema scelto per un'ampia carrellata di trecento opere da inizio Ottocento ai giorni nostri, sono infatti le nuvole.
Cirri, cumuli, nembi, bianchi, bigi o rosati: un fenomeno naturale del qui e ora, sottratto fino all'epoca dell'industrializzazione all'influsso umano. Un elemento, che pur in continuo mutamento e massimamente effimero, parla da sempre alla psiche e ai sentimenti e si fa punteggiatura dei cieli della quotidianità. Un tema trasversale alle latitudini, alle culture, e alle età della vita.
In un momento di crisi globale, la scelta di tematizzarlo potrebbe dunque apparire soprattutto uno stratagemma di accorto marketing. E certamente è vantaggioso non chiedere ai propri visitatori alcuna conoscenza della storia dell'arte come prerequisito per comprendere e assaporare una mostra. Tuttavia l'attuale proposta del Leopold Museum, ancorato alla sua immagine di museo con la maggiore collezione al mondo di opere di Egon Schiele, rientra nel solco di una recente scelta della direzione, di ampliare a tutto campo la propria offerta, con un occhio a segmenti giovani, oltre che a un pubblico interessato al bello, ma poco incline a impegnative degustazioni con forte retrogusto di erudizione.
Nonostante ciò, con una riuscita fusione di cultura alta e cultura di massa, le basi di «Wolken. Welt des Flüchtigen» («Nuvole. Mondi fluttuanti») vogliono essere scientifiche e l'intento dei curatori, Tobias Natter e Franz Smola, è quello di uno sguardo sistematico sulla rappresentazione delle nuvole negli ultimi duecento anni: «Di solito si tende a considerare le nuvole un fatto ovvio. Noi cerchiamo invece di fermare l'attenzione e dimostrare come una moltitudine di artisti abbia tratto ispirazione dalle nubi o le abbia trasformate addirittura in un teatro della modernità. Mentre nei secoli precedenti, cielo e nuvole erano elementi della sfera soprannaturale e dimora di esseri celesti o divini, con l'illuminismo, con le mongolfiere che si levano alte sopra la terra, e quindi con l'invenzione della fotografia, si attua via via un mutamento, che produce uno sguardo laico sulle nubi», spiega Tobias Natter.
Articolata in dodici capitoli, la mostra può essere fruita come un'affascinante carrellata di capolavori di primo piano, nei quali le infinite forme e consistenze delle nuvole evidenziano il forte stimolo estetico e ancor più il fascino da esse esercitato su generazioni di artisti, non importa se come semplice sfondo, o come scenografia di quadri di genere, o come vere e proprie protagoniste di rappresentazioni dove il realismo lascia spazio a paesaggi dell'anima.
Le serene nuvolette che fanno parte della vista offerta nel 1822 alla Donna alla finestra di Caspar David Friedrich, si contrappongono allo studio di John Constable dello stesso anno, che occupa tutta la tela con nuvole grandi e piccole, o alle volitive formazioni di William Turner sopra la Venezia del 1842 (Campo Santo). Il fumo delle ciminiere che annebbia il quadro di Degas degli anni 70 dell'Ottocento e forma una cortina impenetrabile all'occhio dell'osservatore desideroso di scoprire cosa vi sia dietro (Fumo di ciminiera), si oppone alla Nuvola e Mare di Roy Liechtenstein, che nel 1964 regalava il centro della tela a una nube che non nasconde nulla e vuol essere solo se stessa.
C'è una sala dedicata agli Impressionisti, con tele di Monet, Pizarro, Cézanne, Sisley, e vi è naturalmente una sala incentrata sugli artisti della Secessione viennese, che a cavallo tra Ottocento e Novecento ridussero le nuvole a forme geometriche o le proiettarono verso l'astrazione: da Emil Orlik a Gustav Klimt, da Egon Schiele a Ferdinand Hodler.
E vi sono le nuvole di Giovanni Segantini dal suo trittico dedicato nel 1898-99 alle Alpi. O il cielo solcato da nubi, che nel 1932 sostituisce la pelle di un volto maschile firmato da Magritte (Il futuro dei monumenti), ma ricorre in tante opere del pittore belga.
Né potevano mancare i paesaggi di Gerhard Richter o di Anselm Kiefer, mentre un corpus importante di opere è riconducibile al mondo della fotografia, con scatti di Henri Cartier-Bresson, Alfred Stieglitz, Six & Petrisch, Olafur Eliasson, o Bruce Conner, il regista-pittore-fotografo che fissa su lastra l'indecente bellezza dei test atomici.
Il percorso della mostra termina con una serie di video e con un'ultima saletta in cui fluttuano le nubi argentee di Andy Warhol a forma di cuscini: leggere e mosse da soffi d'aria, invitano a essere afferrate, palleggiate senza riguardo o trattenute per un attimo: una pur effimera presa di possesso, dopo aver potuto entrare solo con la fantasia dentro i cieli virtuali dell'arte, nei quali non una nuvola è uguale all'altra.
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Wolken. Welt des Flüchtigen (Nuvole. Mondi fluttuanti), Vienna, Leopold Museum, fino al 1º luglio. www.leopoldmuseum.org

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