Il Sole 24 Ore
Stampa l'articolo Chiudi

Educare i bambini alla libertà

Roberto Casati


Possiamo imparare la libertà? Che cosa vuol dire esattamente? Gherardo Colombo, ex-magistrato, e Elena Passerini, formatrice, discutono del problema in un libro che documenta una lunga conversazione, ricca di esempi e di riflessioni: Imparare la libertà. Il potere dei genitori come leva di democrazia (Salani, pagg. 234, € 13,00). Colombo ha affrontato varie volte il tema delle regole. Nella concezione comune queste sono inevitabilmente associate a delle restrizioni, la cui violazione chiama la punizione. Intenderle così significa però dimenticare che esistono regole istitutive, che non limitano l'azione ma creano dei diritti.
Sono queste le regole che, secondo Colombo, definiscono la nostra libertà, e permettono di immaginare una transizione dalla società "verticale", organizzata gerarchicamente, alla società "orizzontale", basata sull'assunzione individuale di responsabilità. Insegnare queste regole, e trasmettere il senso del loro ruolo liberatorio, è dunque un vero e proprio compito per la scuola e i genitori. Laddove invece scuola e famiglia, implicitamente o esplicitamente, tendono a far passare un messaggio "verticale", parlano per default il linguaggio dei divieti e delle restrizioni. Molti insegnanti hanno espresso «la chiara consapevolezza del proprio compito storico di inventarsi un'educazione democratica senza averla ricevuta»; l'evoluzione delle pratiche non ha necessariamente dato seguito ai buoni propositi.
La regola restrittiva va a braccetto con la punizione. La ricerca nelle scienze cognitive suggerisce che le punizioni e le ricompense tradizionali abbiano uno scarso effetto. C'è un'illusione dell'effetto che dipende da una semplice considerazione statistica. Vengono di solito puniti i comportamenti che si discostano dalla media; ma questi scostamenti rientrano in modo del tutto naturale proprio perché sono scostamenti; la punizione non è responsabile del rientro nella normalità. Ma dato che il rientro segue la punizione, ci sembra che questa abbia avuto il suo effetto. Basterebbe provare a non punire, e vedere che le cose si aggiustano comunque da sole.
Il gioco potrebbe essere il luogo d'elezione per l'educazione alla libertà. Ma i bambini di oggi giocano in modo molto meno libero di quelli delle generazioni precedenti: giocano meno all'aperto, giocano poco con oggetti "non prescrittivi" come sassi, biglie o un fazzoletto; sono spesso sotto l'occhio di un adulto che li incoraggia, e usano in modo massiccio i videogiochi di cui gli autori lucidamente individuano il problema fondamentale, al di là delle complicate questioni sull'assuefazione: i videogiochi «hanno un livello di prescrittività altissimo», vivono di veri e propri copioni che il giocatore deve imparare e cui deve adattarsi. In tutte queste condizioni di gioco le norme sono sempre scritte per i bambini, che non hanno nessun incentivo ad inventarne di nuove, a negoziarle con gli altri, e in questo modo non imparano il valore delle regole che producono libertà.
Oltre alla rilettura in pagine profonde e divertenti di libri (crudeli) per bambini dell'Ottocento tedesco, un altro tema del lavoro di Colombo e Passerini è l'interazione con le cose: «I bambini sarebbero felicissimi di esplorare cose vere, reali, con le loro mani e le loro parole, come un allevamento di lombrichi da curare, un orto, come un ragno vero che si tesse la tela, o addirittura può camminare sulla tua mano senza morderti». Un libro autopubblicato e ordinabile tramite web che meriterebbe di essere letto e meditato è il resoconto di cinque anni di intervento educativo di Franco Lorenzoni, che insegna in una scuola elementare a Giove, e che ha fatto dell'interazione non mediata con le cose un vessillo (suo è l'appello affinché i primi anni delle elementari restino liberi da schermi). In Una verità, non sicura però (Cenci Casa Laboratorio, Serigrafia Else 2013, www.cencicasalab.it) la parola viene data ai bambini che seguono un percorso di scoperta dei fenomeni celesti, discutono della morte di un compagno della scuola, fanno amicizia con i filosofi dell'affresco della Scuola di Atene, parlano dello zero, della radice di due e delle rivoluzioni scientifiche (con passaggi indimenticabili: «C'erano i dinosauri, poi a un certo punto sparirono, fu una rivoluzione»).
Nel dialogo a poco a poco le opinioni lasciano il posto agli argomenti, i conflitti trovano uno sbocco in soluzioni consensuali, senza che venga meno la consapevolezza che ogni bambino è diverso e racchiude un mondo che aspetta solo di sbocciare. Lo scorcio che pubblichiamo, relativo al Mito della Caverna, meriterebbe un'esegesi parola per parola, quasi un trattato; con il rispetto che si deve ai classici.
© RIPRODUZIONE RISERVATA