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Questo articolo è stato pubblicato il 14 luglio 2013 alle ore 14:11.

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Possiamo sostenere che l'oggettivo è quanto pertiene agli oggetti, mentre il soggettivo è quanto pertiene ai soggetti. Mi spiego. L'affermazione «il Fior di loto asiatico ha radici» pare affermazione oggettiva, nel senso che dovrebbe risultare vera o falsa, indipendentemente da come la pensiamo sulla pianta in questione, mentre «Le radici del Fior di loto asiatico sono gustose» pare affermazione soggettiva, nel senso che dovrebbe risultare vera o falsa, in relazione a come la pensiamo sulle radici della pianta – ci risultano gustose oppure disgustose? In alternativa, la seconda affermazione e affermazioni simili sono considerate nella loro veste oggettiva relativa, nel senso che in alcune culture orientali (specie cinesi e giapponesi) la radice di loto viene giudicata una prelibatezza, mentre lo stesso non accade da noi. Oggettività relativa, che di conseguenza rinvia al relativismo? Oppure, concretamente, soggettiva, e di conseguenza rinvia al soggettivismo?
Il problema si complica, quando iniziamo a riflettere su un particolare, sottolineato da Stephen Gaukroger, attualmente all'University of Sydney, esperto riconosciuto di cultura scientifica, di storia e filosofia della scienza, nonché di Cartesio: «L'oggettività permane tratto distintivo degli esseri umani, dal momento che solo questi ultimi sono capaci di oggettività». In effetti, mutare prospettiva, prendere le distanze dalle proprie credenze, opinioni, percezioni, riflettere su quanto crediamo e percepiamo, fino a sottoporre il tutto a un giudizio ponderato, magari in conflitto con i nostri bisogni, desideri, sentimenti, costituiscono tratti che intravvediamo negli esseri umani (sebbene, purtroppo, non in tutti), e, soprattutto, che ogni essere umano dovrebbe possedere.
Come Gaukroger mostra, definire l'oggettività non risulta impresa facile. Però, se riteniamo, al pari di quanto di solito facciamo, che il giudizio oggettivo consti in quello libero da pregiudizi e "biases", non siamo nel torto, mentre si rivela, invece, errato pensare che sia quello libero da ogni assunzione. Provate, infatti, a liberarvi da ogni assunzione e chiedetevi con cosa rimanete: un pugno di mosche in mano, o meglio, filosoficamente parlando, finite con lo sposare lo scetticismo globale. Oppure preferite sostenere che un giudizio è oggettivo nel rappresentare al meglio la realtà? A chi risponde "sì", occorre subito dopo chiedere cosa significa "rappresentare": descrivere, spiegare, giustificare? E ancora: descrizioni, spiegazioni, giustificazioni non dipendono forse dal contesto in cui vengono offerte? Già, perché, almeno a mio avviso, la dipendenza contestuale (senza accettare forme di relativismo) riguarda i rapporti tra oggettività e verità, perlomeno quando per l'appunto un giudizio viene considerato oggettivo se rappresenta al meglio la realtà.
Per di più, le domande, che non possiamo eludere, si moltiplicano: l'oggettività è una forma di onestà intellettuale, con presupposti e risvolti etici? O, invece, in opposizione a una visione in cui alla conoscenza scientifica viene conferito il massimo grado di oggettività, rispetto a ogni altra conoscenza, la scienza stessa non mostra forse che l'oggettività non c'è? Quanto, invece, a etica ed estetica, sulle cui questioni chiave occorre potenziare la cautela, i nostri giudizi morali risultano oggettivi, oppure legati alla cultura in cui ci troviamo, oppure, ancora, del tutto soggettivi, ovvero si riesce o no a dare oggettività in etica? Parimenti, i nostri giudizi sul bello e sul brutto risultano oggettivi, oppure legati alla cultura in cui ci troviamo, oppure, ancora, del tutto soggettivi, ovvero si riesce a dare oggettività o no in estetica? Sebbene impegnativa, la strada più promettente, al fine di rivendicare oggettività per l'etica, consiste nel concepire le azioni morali in quanto azioni consistenti, coerenti. Strada che, a mio avviso, rimane anche la più promettente in relazione ai giudizi estetici.
E, infine, se, invece, rinunciassimo al concetto di oggettività? Rinuncia a cui personalmente non aspiro, oltre a giudicare pericolosa l'aspirazione stessa, ma a questa e alle altre domande Gaukroger offre risposte convincenti, con la chiarezza, la competenza e la coincisone di quel modo di filosofare, bello e raro, che con ogni risposta apre nuovi orizzonti e genera nuovi quesiti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Stephen Gaukroger, Ojectivity.
A Very Short Introduction,
Oxford University Press, Oxford,
pagg. 128, £ 7,99

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