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Questo articolo è stato pubblicato il 21 luglio 2013 alle ore 08:45.

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La Galleria Internazionale d' Arte Moderna di Ca' Pesaro ha avuto sin dalla sua apertura nel 1902 l'opportunità di essere ospitata, grazie alla donazione della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, in uno dei palazzi più belli del mondo. Il capolavoro del Longhena è una sorta di fiabesca reggia che riflette le sue plastiche forme di marmo, animate da un dinamismo che le rende vive, sulle acque del Canal Grande. Il magnifico vestibolo che sembra respirare, facendo irrompere la luce straordinaria che viene da fuori, e le monumentali sale decorate ai due piani superiori hanno visto passare la storia dell' arte contemporanea da quando Venezia venne scelta, insieme a Roma (la Galleria Nazionale d'Arte Moderna), come il centro privilegiato, a livello ufficiale, per rappresentare quello che si riteneva più significativo del panorama artistico attuale scelto tra quanto compariva alle grandi esposizioni nazionali e internazionali allestite in Italia. Nel caso veneziano la principale fonte di approvigionamento del museo furono naturalmente le Biennali, grazie al cospicuo stanziamento di centomila lire da parte del Comune, esito di una sottoscrizione che aveva avuto l'adesione del governo, di alcune banche e di veneziani illustri e molto ricchi come il principe Giovannelli, i conti Papadopoli, il barone Treves, il cavaliere Stucky e il nobile sindaco Grimani. Ma non solo acquisti che riflettevano il gusto del tempo. Nella sua secolare storia la Galleria fu arricchita anche da importanti donazioni, come quelle nel 1914, dovuta all'artista e alla sua compagna Etha Fles, delle straordinarie cere di Medardo Rosso; nel 1951, grazie a Nino Barbantini, dei capolavori giovanili di Arturo Martini e Gino Rossi; nel 1961 dei dipinti di de Chirico, Kandinsky, De Pisis, Morandi donati da Lidia e Lionello De Lisi; nel 1990 infine le ben quarantatre sculture rimaste nello studio di Wildt lasciate dagli eredi.
Nel 2002, in occasione del suo centenario, Ca' Pesaro veniva riaperta dopo un periodo di crisi e di chiusura tanto lungo da rischiare di farne perdere la stessa memoria. Dovendo comunque per ragioni di spazio sacrificare molte opere – i depositi della Galleria sono ancora affollati –, fu scelto il criterio di presentare quelle selezionate suddividendole per nuclei di acquisizione: dai primi acquisti della fine dell'Ottocento, effettuati in vista della fondazione del museo, agli ultimi risalenti agli anni Sessanta del secolo scorso. Ritenendo che questo allestimento non funzionasse dal punto di vista didattico e comunicativo, così come non esaltasse la qualità delle collezioni, Gabriella Belli, che di recente ha preso in mano con il consueto vigore le redini dei musei civici veneziani, ha deciso di voltare pagina, adottando un criterio completamente quello di narrare le vicende della storia dell'arte tra la fine dell'Ottocento e le esperienze del secondo dopoguerra, naturalmente rievocate attraverso il gusto di chi nel tempo, attraverso la lunga e discussa stagione delle Biennali, ha scelto proprio queste opere.
In realtà ora a Ca' Pesaro si respira davvero aria nuova. Vale la pena il breve, intricato ma piacevole, tragitto tra le calli, o fermarsi col vaporetto a San Stae, solo per sostare ai tavolini dell'atrio affacciato sul grande Canale, finalmente liberato dalle transenne che tappavano una delle viste più belle al mondo. Ma a questo punto sarà un'esperienza indimenticabile salire l'imponente scalone per trovarsi faccia a faccia, con un impatto sconvolgente, la monumentale opera d'apertura, il magnifico gesso de I borghesi di Calais di Rodin accostato, in un eloquente dialogo, a due cere di Medardo Rosso e alla grande maschera di Larass del giovane Wildt. Si sarà subito capito che la Belli, affiancata nelle felici soluzioni allestitive da Daniela Ferretti, ha saputo rimescolare sapientemente le carte, sfoltendo, creando nuove relazioni tra le opere e esaltando, giustamente, i capolavori. Dopo una sala dove le altre cere di Rosso dialogano con le ricerche che dall'esperienza della "macchia" portano al Divisionismo, rappresentate dai dipinti di Fattori, Signorini, Morbelli, Nomellini, si passa ai fasti del naturalismo (lo stupefacente Sorolla, Liebermann) e della Belle Époque (De Nittis, Zandomeneghi) per approdare finalmente, nella importante sezione Tra simbolismi e seccessioni, alla rivelazione del capolavoro assoluto di Klimt la Giuditta finalmente accostato, in un accoppiamento rivelatore, ad un altro capolavoro di livello europeo come l'inquietante maschera bifronte di Wildt Carattere fiero e anima gentile. Sono inseriti in una catena di relazioni che va da von Stuck a Khnopff, a Klinger, Tito, sino alla eccezionale serie mai esposta finora delle opere grafiche di Munch. Siamo giunti alla quarta sala dove, con una scelta audace ma visivamente ed emotivamente efficace, il celebre Rabbino di Vitsbek del giovane Chagall si staglia tra le più significative sculture del nucleo di Wildt, collocato nuovamente in dialogo con uno splendido gesso del Pensatore di Rodin. La sezione successiva ha un carattere speciale perché documenta un momento della storia dell'edificio, quando Ca' Pesaro, in apparente contraddizione con la sua vocazione, ospitò tra il 1908 e il 1920 le mostre dei giovani secessionisti che proponevano un'arte alternativa a quella ufficiale consacrata dalle Biennali. Boccioni, Semeghini, Martini, Rossi, Moggioli fanno parte di questa vicenda che serve a introdurre lo straordinario Casorati simbolista de Le signorine ed ancora le terracotte e i gessi di Martini che non sono da meno dei capolavori di Rodin, Rosso e Wildt ammirati nelle sale precedenti.

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