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Questo articolo è stato pubblicato il 25 agosto 2013 alle ore 08:38.

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di Gianluca Briguglia
Quando si parla di abdicazione ci vengono alla mente situazioni tragiche e momenti difficili della storia – basti pensare all'abdicazione di Vittorio Emanuele III che di fatto preannunciava la caduta della monarchia in Italia, o alle cadute di sovrani potenti travolti da sconfitte militari o fattori rovinosi – oppure, ai nostri tempi, pensiamo a mediatiche cerimonie di passaggio, certo importanti per il loro rilievo politico, ma soprattutto per l'aura glamour che le vicende dinastiche producono (una specie di soft power non meno concreto di altre forme contemporanee di potere). Negli ultimi mesi hanno abdicato Beatrice dei Paesi Bassi e Alberto II del Belgio e ormai da decenni si discute sull'abdicazione della regina Elisabetta nel Regno Unito e del re di Spagna.
Insomma siamo abituati a pensare l'abdicazione come presa d'atto di una debolezza, oppure come un semplice atto di passaggio – pur con tutta la sua solennità – e in ogni caso come momento accidentale del potere, come momento non pertinente all'essenza di ciò che consideriamo potere. Per molti aspetti drammatica è stata nel 2013 la rinuncia per eccellenza, quella di un papa al soglio di Pietro, che ha posto il tema della fragilità del singolo uomo al cospetto di un ufficio di potere che si vuole divino, ma anche quello della libertà della coscienza come atto politico. E se l'atto di abdicazione (politica, regale, religiosa), inteso come rinuncia volontaria e non obbligata, fosse appunto in modo essenziale un atto di potere?
Un libro del 2009, diventato già classico, Le Pouvoir d'abdiquer. Essai sur la déchéance volontaire (Gallimard), di Jacques Le Brun, ha tracciato i contorni di questa inversione interpretativa: l'abdicazione è un atto di volontà piena, che si impone a un potere ordinario, tanto da abbondonarlo, da spogliarsene, quasi da trascenderlo. E quanto più il potere e la carica provengono da Dio, come è stato in molte delle concezioni politiche delle modernità, tanto più quest'atto è straordinario.
Sulla linea tracciata da Le Brun – che si concentra su figure come l'imperatore Carlo V, che abdica nel 1556 ritirandosi in monastero – e anche con l'intento di ampliarne l'arco temporale e la portata storica attraverso alcuni casi di studio, Alain Boureau e Corinne Péneau hanno dedicato al tema un importante volume collettivo, Le deuil du pouvoir. Essais sur l'abdication, Les belles lettres, Paris 2013 (la cui fascetta recita «Renoncer. De Célestin V à Charles de Gaulle» anche se il saggio di chiusura, dello stesso Le Brun, analizza anche il tema della rinuncia come «messa in scena del potere» nell'Habemus papam di Nanni Moretti).
Il volume è aperto da un corposo saggio di Boureau, che si concentra sulla rinuncia per eccellenza, quella di Celestino V, che scatenò un dibattito giuridico e teologico amplissimo sulla legittimità dell'abdicazione del papa: la rinuncia all'ufficio papale è nella disponibilità di un uomo? I teologi Egidio Romano e Pietro Olivi, con elaborazioni diverse e complesse, giungono a una risposta definitivamente affermativa, mostrando come il versante umano della carica papale sia necessario quanto la sua istituzione divina e sia dunque compatibile con un atto di rifiuto e di dimissione. Ma è forse il caso di san Francesco d'Assisi quello più interessante. Francesco rinuncia alla direzione del suo ordine, con una sorta di atto di annichilazione in cui annuncia la propria morte pubblica (sum mortuus vobis) e abdica al governo, sottraendosi a compiti di gerarchia e proprio per questo indicando una strada da percorrere, un'assenza fondatrice. L'aspetto gerarchico è importante, per altri versi, anche nell'intervento di Pierre-Antoine Fabre, che rilegge alcuni elementi delle Costituzioni gesuite (1556-1599), in particolare sui rapporti d'obbedienza e sull'«abdicazione» del superiore gesuita in favore di una specifica figura gerarchica, una sorta di coadiutore, alter ego del superiore, e suo consigliere nelle province, nei collegi, nelle case del l'ordine.
Di abdicazione nel senso proprio parla invece Corinne Péneau nel caso della rinuncia al potere di Cristina di Svezia nel 1654. Il caso svedese è esemplare: qui infatti assistiamo a una rinuncia, cioè a un'apparente debolezza, che in realtà esprime una forza senza precedenti, una serie di rotture con gli altri corpi del regno che paradossalmente prepara le condizioni per un rafforzamento verso l'assolutismo dei poteri regali. Cristina abdica, ma stipula un vero e proprio contratto con il regno di Svezia, in cui si stabiliscono le prerogative e gli appannaggi del suo nuovo status, tra cui l'indipendenza da ogni obbedienza e soggezione ai poteri costituiti. Cristina abbandona il potere, ma anche i limiti a cui tale potere era sottoposto. Se il potere regale in quanto tale è sottoposto alla legge, nella monarchia mista del tempo, Cristina rinuncia sì alla regalità, ma si scioglie allo stesso tempo dalla legge. Diventa così, da regina senza corona, il modello di assolutismo per i coronati successivi (che certo non potevano avere meno prerogative di una regina senza regno). Con le due «abdicazioni» al potere di Charles de Gaulle, nel saggio di Jean-Michel Rey, il tema si colloca nel cuore del Novecento. La prima rinuncia di De Gaulle è del 1946, quando lascia la presidenza del Consiglio in dissenso con la costituzione della Quarta Repubblica, ritirandosi qualche anno dopo dalla vita politca. La seconda rinuncia è quella del 1969, da Presidente della Repubblica – dopo che nel 1958 era trionfalmente tornato alla vita politica, riuscendo a imporre una nuova costituzione, facendo entrare la Francia nella Quinta repubblica e diventando presidente. È interessante notare come De Gaulle descriva la prima rinuncia al potere nelle sue Memorie di guerra, scritte prima del ritorno al potere. La scrittura assume un ruolo decisivo, fondativo, che riesce a inscrivere nella storia della Francia non solo il mito già ben stabilito del Generale che salva la Francia nella guerra mondiale, ma anche quell'atto di rinuncia al potere, che viene interpretato come una sorta di cesura del tempo storico, quasi un nascondersi messianico. De Gaulle incarna la Francia, e la Francia – nella costituzione di una Quarta repubblica che smarrisce il senso della missione nazionale – per un momento si eclissa, si nasconde. Il tempo storico si compie nella scrittura che lo racconta e lo rende significativo e il primo distacco di De Gaulle segna in realtà una responsabilità per l'avvenire, rendendo piena, nella drammaturgia gollista, l'assunzione di una missione ulteriore e un nuovo ritorno. Il ritiro, l'abdicazione – sia la prima del 1946, come poi la seconda, agli occhi del Generale, nel 1969 – non sono sconfitte, debolezze, ma necessarie cesure storiche. In chiave laica e secolarizzata, sembra che si possa qui percepire uno dei modelli teologici che attraversano la storia occidentale e che a volte informano il pensiero dell'abdicazione, quello messianico di un Cristo che sceglie liberamente di eclissarsi per fecondare la storia nel l'attesa del ritorno.

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