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Questo articolo è stato pubblicato il 01 settembre 2013 alle ore 08:42.

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Nei Quaderni del carcere, Antonio Gramsci esprime questo giudizio che, a prima vista, può apparire sorprendente: «Il Bodin fonda la scienza politica in Francia in un terreno molto più avanzato e complesso di quello che l'Italia aveva offerto a Machiavelli … non il momento della forza interessa il Bodin, ma quello del consenso». È dunque Bodin, non Machiavelli, il principale teorico dello Stato assoluto moderno; ed è un giudizio ineccepibile, se si mettono a confronto Il Principe e i Sei libri dello Stato, il capolavoro di Bodin nel quale è presentata una delle più importanti concezioni moderne della sovranità. Ma Bodin non è solo l'autore di questa opera: scrive la Demonomania, uno dei testi più duri contro la stregoneria; ma compone anche un capolavoro della riflessione sulla tolleranza: lo splendido, affascinante, enigmatico Colloquium heptaplomeres, del quale si è lungamente discussa l'autenticità. E scrive anche la Methodus, nella quale pone le basi di una concezione moderna della storia, con una apertura enciclopedica in una pluralità di direzioni - dalla funzione del clima all'importanza della geografia («una delle arti più belle»), fino alla critica della teoria delle quattro monarchie basata sulla profezia tratta dal libro di Daniele, e distrutta da Bodin in frontale polemica con un presunto primato della Germania: «l'errore è nato dal fatto che ciascuno ha riportato le sacre predizioni di Daniele alle proprie opinioni invece che alla verità storica».
In breve: Bodin è stato un grande, grandissimo pensatore, autore anche di testi specificamente filosofici come l'Universale naturae theatrum in cui è sviluppata con particolare rigore la concezione dell'assoluta potenza divina, strettamente congiunta alla sua concezione della sovranità, base, a sua volta, di ogni ordine giuridico. Un'opera «conclusiva», perché, come ha scritto Cesare Vasoli, «risolveva il discorso e la vita umana nella considerazione dell'ordine universale della natura, delle sue gerarchie e delle sue leggi». Eppure un pensatore così importante resta ancora relativamente sconosciuto; né i suoi testi sono tutti disponibili in edizioni critiche affidabili o in buone traduzioni. Fa eccezione, per molti aspetti, il nostro Paese: anche per impulso di uno studioso come Luigi Firpo da noi esiste una buona tradizione di studi su Bodin.
A Margherita Isnardi Parente e a Diego Quaglioni si deve una eccellente traduzione dei Sei libri dello Stato; Andrea Suggi ha curato la riproduzione anastatica della traduzione italiana, uscita nel 1587, della Démonomanie des sorciers pubblicata in Francia nel 1580; mentre Cesare Peri ha messo a disposizione dei lettori italiani il Colloquium heptaplomeres… . Un vasto lavoro al quale si sono accompagnati saggi, spesso assai importanti, di Vasoli – un autentico maestro di questi studi –, di Quaglioni, Suggi, Marocco Suardi, Cotroneo, Melani, Valente, Baldini… L'edizione, con traduzione italiana, della Methodus ad facilem historiarum cognitionem pubblicata ora per i tipi delle Edizioni della Normale, a cura di Sara Miglietti, si inserisce dunque in una tradizione di studi assai notevole, ed offre un importante contributo alla conoscenza di un'opera che in genere non viene apprezzata in tutto il suo valore essendo spesso offuscata da altri testi di Bodin, almeno a prima vista più rilevanti, come i Sei libri dello Stato, la Demonomania o il Colloquium.
Consapevole di questo, uno degli obiettivi del lavoro della Miglietti è proprio quello di inserire la Methodus nel nucleo centrale della ricerca di Bodin mostrando come la revisione dell'opera compiuta tra il 1571 e il 1572 si intrecci strettamente a un periodo di notevoli mutamenti teorici e politici che, nel 1576, sfoceranno nella prima edizione della République francese. L'attenzione allo svolgimento del pensiero di Bodin è, in effetti, il tratto specifico di questo lavoro, che si propone, in prima istanza, di mostrare le varianti tra le due stampe parigine della Methodus: la princeps del 1566 e quella, rivista e aumentata, del 1572. Gli studiosi moderni si sono, infatti, serviti in generale di edizioni successive al testo originale, che ha progressivamente perso importanza, fino a scomparire dall'orizzonte critico.
Invece uno studio attento della prima edizione, e un sistematico confronto con la seconda, consente non solo di entrare nel laboratorio di Bodin, ma di vedere in che modo, e per quali motivi, egli venga sviluppando il suo pensiero aprendosi la strada alla riflessione più schiettamente politica consegnata poi ai libri sullo Stato. Questo però è solo uno degli obiettivi che Miglietti si propone e che espone con chiarezza nella Premessa che apre il volume.
Sostanzialmente essi sono tre: confrontare le due edizioni; offrire una traduzione integrale del testo; mostrare la evoluzione del pensiero di Bodin tra il 1566 e il 1576, cioè tra la prima edizione della Methodus e la prima edizione della République. Una decisiva fase di transizione entro cui si situa la revisione della Methodus: «transizione da interessi prevalentemente normativi e politico-istituzionali; transizione dal costituzionalismo classico dei primi anni Sessanta alla rivoluzionaria teorizzazione della sovranità come puissance absolue; transizione da una ostentata simpatia per la Riforma protestante a un arroccamento su posizioni quanto meno più caute, se non proprio ostili, nei confronti dei riformati di ogni specie e così via». Sono tutti temi che Miglietti svolge in modo organico nel saggio introduttivo e che verifica, analiticamente, nell'apparato e nel commento che accompagnano l'edizione del testo offrendo una interpretazione persuasiva della sua genesi e del ruolo che esso ha avuto nella elaborazione della concezione della storia maturata tra Rinascimento e prima età moderna.

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