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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ottobre 2013 alle ore 10:58.

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DianaDiana

Un bel fine settimana di cinema, questo. Sarà perché Hollywood si è ricordata d'essere anche un luogo d'arte e non solo un'industria sempre più votata alla catena di montaggio davanti alla macchina da presa. E per questo, con Alfonso Cuaròn, ci ha regalato Gravity: mai film di fantascienza fu più classico e allo stesso tempo moderno. Nella scrittura, infatti, nella descrizione delle emotività dei protagonisti, nelle scene cruciali si sfiora persino la prevedibilità. Ma come ne I figli degli uomini il cineasta di Città del Messico, riesce a rendere epico e unico il suo lavoro con la sua straordinaria padronanza della macchina da presa e dei mezzi tecnici a disposizione, con il piano sequenza iniziale così come con un 3D che mai come in questo caso appare essenziale, potentissimo, vitale per la poetica dell'opera.

Come spettatore rimani incollato alla poltrona nonostante i tempi dilatati e il cast ridotto all'osso (Sandra Bullock protagonista, George Clooney comprimario di lusso) e, a un certo punto, hai persino la sensazione di vivere il pericolo e di stare in assenza di gravità. Il cinema può essere sogno e incubo e Cuaròn si può permettere persino eccessi retorici perché ti porta altrove, nello spazio profondo, ti coinvolge e sconvolge con emozioni elementari e maestose. Un incidente di due astronauti diventa una battaglia dell'uomo contro se stesso titanica e appassionante. La semplicità e la complessità della Settima Arte la senti tutta in Gravity e hai quasi l'impressione di vedere, nel modo di girare di questo geniale messicano, lo stesso impudico entusiasmo e la stessa lucida follia di Méliès.

Impudico lo è, di sicuro, anche Daniele Luchetti. Lo è in maniera dolce e profonda, con la storia di una coppia che, negli anni '70, incontra una rivoluzione emotiva prima che politica e reagisce in maniera opposta, con l'amore a fare da pericoloso collante. Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti mostrano la stessa alchimia già sperimentata con la Archibugi, il regista conferma la capacità di mischiare la quotidianità familiare con un'atmosfera generale, l'individuale con il collettivo, e amalgamarlo in un empatico paesaggio emozionale che racconta più di quanto farebbe un pamphlet ideologico o un biopic. Ha un sapore naif quella coppia così dolente e allo stesso tempo faticosamente felice, in cui riconosci il sentimento che ognuno di noi ha vissuto. L'intelligenza è stata poi cucire attorno a loro una storia anni '70 che può entrar dentro allo spettatore di oggi con naturalezza e scegliere comprimari azzecatissimi (Martina Gedeck su tutti, ma anche i bambini). Anni Felici così finisce per essere la sintesi ideale tra Mio fratello è figlio unico, nel coté politico e nelle contraddizioni di diversi idealismi e strutture sociali (qui le comodità borghesi cozzano con le novità quali il femminismo e l'amore libero), e La nostra vita, nella capacità di mostrare le fragilità familiari. Un ritratto delicato, molto narrativo e arguto, pur se spesso convenzionale, di un'Italia che troppi rimpiangono (o maledicono) senza conoscere davvero.

Sanno in pochi anche La storia segreta di Lady D. E di sicuro con questo Diana di Oliver Hirschbiegel non ne verranno a capo: l'icona moderna che con la sua morte oscurò persino quella di Madre Teresa qui viene maltrattata da un'(est)etica televisiva degna, purtroppo, del suo volenteroso ma mediocre regista (lo stesso de La caduta: se volete un brutto biopic, chiamatelo) che, peraltro, viene dopo una bibliografia e filmografia, soprattutto catodica, sterminata. Si prende la briga di raccontarci della relazione della Spencer con il cardiochirurgo pachistano Hasnat Khan. Stava divorziando e voleva convertirsi all'Islam: trama da soap, vera, ma pur sempre da telenovela. D'altronde abbiamo vissuto così la vita di Diana Spencer, come fosse un feuilleton, tra rotocalchi e scoop, ma andava forse analizzata quell'epoca e la sua modalità di comunicazione, non replicarne i lati peggiori. Noioso, piatto, patinato e senza guizzi, come spesso appare la stessa Naomi Watts, il film naufraga senza trovare non solo il salto di qualità necessario ma neanche un livello narrativo e visivo dignitoso.

Vale la pena spendere qualche parola anche sui film "minori" di questa settimana. Da Corpi da reato, buddy movie al femminile, poliziesco-comico che vede (ancora!) Sandra Bullock e Melissa McCarthy litigare continuamente e divertire, anche se seguendo un umorismo non consono all'audience europea. Di tutt'altro livello Las Acacias, on the road d'esordio dell'argentino Pablo Giorgelli, un silenzioso viaggio su un camion che racconta dell'umanità più di tante parole. Si entra negli animi dei protagonisti che proprio con un mutismo mai forzato ma in qualche modo necessario dà la possibilità agli attori e al regista di raccontare tutto, pur nascondendoci informazioni fondamentali. Piano piano sei lì, su quel vecchio mezzo di trasporto, e sai tutto. Perché il cinema è anche questo. Capire, senza sapere. Per questo è magia, per questo, giustamente, nel 2011 quest'opera è valsa al suo autore la Camera d'Or a Cannes.

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